Un’ora d’aria – seconda parte

img

di Paola Caramadre

leggi la prima parte del racconto
Per abitudine alla conversazione, interruppi il silenzio: “Dov’è Anna?, le chiesi emulandola, senza guardarla.
“Anna…”, sospese la voce, solennemente, e sussurrò sciogliendo le dita e portando l’indice inquisitorio sulla punta del suo naso: “E’ qui.” Compì il gesto di autoindicarsi con una compita eleganza studiata a lungo, rivelando una tenerezza insospettabile e mi destò un sorriso che Anna intuì e, offesa, di nuovo, si nascose nella sua isola infantile e penosa per me che restavo da sola a cercare di intuire dove Anna si chiudesse e perché non imparasse ad allacciare le lettere scritte e a dare loro voce.

Anna è qui, una presenza labile e imperiosa nel reclamare un’attenzione. Resto attratta nel cerchio della sua assenza, mi siedo su una panchina lungo il viale appena in ombra ed Anna, senza protestare, instancabilmente racchiusa in un atteggiamento composto e severo, siede accanto a me, educata con le manine sempre strette in grembo, contratte sulla stoffa leggera del suo vestitino a fiori, non si appoggia allo schienale e lascia penzolare le gambette intrecciate, restando seduta e in attesa e, nello stesso tempo, assorta in un pensiero lontano. Come sarà Anna? Le guardo il lieve profilo, gli occhioni sgranati, le guance rigonfie, le piccole orecchie regolari, il nasino schiacciato, se sorridesse mostrerebbe le fossette, se fosse una bambina allegra sarebbe impossibile trattenerla seduta qui su una panchina. Come sarà Anna da grande? Diventerà una bella ragazza? Sarà alta e snella, oppure sarà robusta e tozza, resterà pallida, ingrasserà? Imparerà a leggere? Sul suo morbido viso impassibile scorre una leggera severità trattenuta, le piccole labbra restano fissamente imbronciate e mi sento sprofondare in un’istintiva partecipazione angosciata per questa bambina incomprensibile.

“Anna?” mi sorprendo a pronunciarne il nome ad alta voce, la bambina si volta a guardarmi e arrossendo torna a guardare il punto fisso davanti a sé, ostinata.
“Anna a cosa pensi?” ed Anna non risponde. Non rivela la minima reazione ed avverto la sensazione di aver urtato una pietra di confine e di essere stata rigettata a spintoni fuori del confine. Mi raggomitolo nel fresco della mattina che degrada e mi sollevo appena per alzarmi e rientrare. Al mio minimo movimento Anna pronuncia con una voce greve e volutamente significativa:
“Mia madre… non è!” si alza diligente e inizia a camminare seguita dalla mia faccia attonita. Anna mi ha lanciato dei segnali. Anna mi ha comunicato qualcosa nel suo oscuro linguaggio che dovrei sforzarmi di decodificare. Osservo con una tenerezza timida l’espressione inespugnabile del suo piccolo volto, mi permette di congetturare terribili fantasmi, sospetto le più orrende crudeltà perpetrate su questa piccola martire silenziosa. Vorrei tentare di penetrare nel suo isolamento, inaugurare un contatto, un canale, capire quale nesso ci sia tra l’ostinata volontà di non leggere di Anna e il trauma che potrebbe averla afferrata. Mi si gonfiano gli occhi di lacrime e mi arrischio ad accarezzarle i capelli ricciuti ed Anna non reagisce in alcun modo, mi appare annoiata e solerte, cammina accanto alla mia commozione frustrata.
Alla fine del nostro primo incontro mi restano due frasi e un enigma.

continua a leggere il racconto

stampa

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie anche di terze parti per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi