Un’ora d’aria

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“Questi sono gli Urali.” Ed indicavo con l’indice teso, con un gesto evasivo, un punto sull’atlante spalancato sul tavolino tondo del soggiorno, in un mattino fresco d’estate.
L’atlante stava aperto, unico oggetto sul tavolo pulito, sotto le mie dita. Il libro era deposto appena un po’ di lato rispetto a me, era una terra di nessuno spalancata a colmare la distanza che intercorreva tra me e la bambina che tentavo di attrarre, indicando, indolente, sul libro un punto dal nome esotico; la bambina, caparbia, restava sulla sua sedia, con il busto fermo e lo sguardo annichilito contro i vetri chiusi, ed io, incapace d’altro, ripetevo con voce che avrebbe voluto mostrarsi carezzevole:
“Vedi? Questi sono gli Urali!”
E la mia mano restava ancorata mollemente sulla pagina, inutile, fagocitata dalla mutezza della bambina che mi sedeva accanto. Quando ormai, dopo secondi irritanti di silenzio, già disperavo d’ogni reazione, sciocca, come un pappagallo, ripetei:
“Questi sono gli Urali…”
Alla voce atona che avevo emanato, rispose la voce garrula della bambina:
“Questa sono io! Questa sono io!” e tastandosi le piccole braccia alternativamente ripeteva, come un ritornello giocoso che suonava stridulo:
“Questa sono io!”.
La bambina parlava, non dicendo altro.
Condiscendente frenai la sua vocina dicendole:
“Lo so che questa sei tu, lo so. Volevo farti vedere l’atlante, un disegno, una linea…” fermai la mia voce, la bambina irritata e ostinata guardava di fronte a sé non disse altro, non mi guardò. La comunicazione era di nuovo interrotta. Mi diedi della sciocca tra me, avevo sprecato un’occasione per capire questa bambina. Una bambina che ha sei anni e non vuole imparare a leggere.
“Anna?” le sussurrai per interrompere il silenzio che pesava a me, “Anna? Vuoi fare una passeggiata?”E la bambina acconsentì, facendo sussultare la piccola testa, non mi guardava, non la interessavo, ed era evidente, i suoi gesti erano limpidi, ostinati e veloci, scese con una lieve difficoltà dalla sedia, si rassettò la vestina con le maniche corte a sbuffo, e in piedi, guardava verso la porta composta e paziente.

Uscimmo nel giardino, la avvolsi con lo sguardo rendendomi conto che la sua forza era nel suo silenzio ostinato e testardo che usava con violento dispetto contro di me. Avevo quasi paura di parlare per non ferire il suo silenzio meditante.
“Mi dai la mano, in strada?”
“No!”, secco deciso, immutabile, il monosillabo sprezzante che mi rivolse.
“Perché no?”
La risposta non era quella di una bambina, ma era la voce del destino o della sorte, non c’è un perché, ciò è, accade, esiste.
Anna ha sei anni non sa leggere ed esiste, cammina senza peso, modulandosi alla mia andatura, io cammino con le mani in tasca, il cielo terso luccica assolato tra rami frondosi di platani e lerici, inspiro l’odore di foglie preziose di verdi gemme, ascolto quell’ininterrotto stormire che si schiude al sole estivo con una rumorosa freschezza nel mattino solitario in un viale alberato, e questa bambina con le mani intrecciate in preghiera sul grembo mi cammina accanto a debita distanza come un piccolo mistero inviolabile.

leggi la seconda parte del racconto

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