Un’ora d’aria – terza parte

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di Paola Caramadre

leggi la prima parte del racconto o la seconda parte

La piccola figura di Anna mi attrae, prepotentemente le lascio spazio nella mia vita, ed Anna diventa il mio impegno quotidiano dell’estate. Anna, con gli abitini leziosi, graziosi che la madre le fa indossare, il visetto compiaciuto della sua severità.
“Anna è qui”, “Mia madre non è” e la bambina non impara a leggere, sa scrivere tutte le lettere dell’alfabeto, ma inspiegabilmente non sa legarle l’una all’altra. È come se per Anna non esistesse parola di senso compiuto. Con il trascorrere dei giorni scopro che Anna è una stratega della comunicazione. Anna sa che ogni parola che pronuncia richiama l’attenzione di tutti perché è rara e preziosa, elargisce le parole con parsimonia per accrescerne il valore. Ad ogni nuovo incontro constato che Anna è furba. In strada mi da’ la mano, ora, è lei a ricercare il contatto con la mia mano, comunicando con la sua voce sonora e un po’ stridente: “E’ nata mia sorella.” Poi, di nuovo taciturna non attende un mio commento, ma, percettibilmente, stringe le sue dita intorno al palmo della mia mano…
Approfitto della sua frustrata vivacità e mi crogiolo all’ombra della sua presenza testarda, leggendo, la scruto tra le pagine e mi stupisco ogni volta per la sua scontrosa riluttanza che non ammette repliche o appelli. Con l’alibi di Anna trascorro ore deliziose leggendo, pensando, godendo del silenzio, passeggiando dolcemente in mattini freschi e in tardi pomeriggi tiepidi. Ai miei richiami Anna si associa, non commenta, non fa capricci…
“Anna, andiamo a casa, ho delle cose da fare”. E Anna annuisce e già è in piedi e già cammina affiancandomi senza battere ciglio. Rientriamo per l’abituale percorso immutabile, come il passato e come il viso di Anna. A casa una amica mi aspetta sulla porta:
“Ciao Giovanna, sono contenta di rivederti! questa è Anna, la bambina di cui ti ho parlato.”
Giovanna è madre di due bambini, chinandosi verso Anna, squittisce:
“Ciao Anna, come stai?” e a ragione Anna, che è intelligente, si ritrae e non risponde.
Giovanna mi prende sottobraccio, felicemente e mi sospinge verso il divano sulla veranda. Anna resta a guardare, le sorrido, ed ecco una bambina che ha inteso il valore inestimabile della comunicazione ed una donna adulta che sperpera le parole e il loro potere, affogandole in un fiume di suoni intervallati da sorrisetti e versi animali, lasciandomi naufragare, soggiogata da tanto fervore comunicativo. Ad un tratto, Giovanna scatta come ricordando un improvviso particolare:
“Allora? Anna ha imparato a leggere?”
“No”
“E perché?”
“Perché non vuole. Guarda mi sta ascoltando, sa che sto parlando di lei, se ne è accorta, perché è furba, e per giunta pigra, ma io le sono debitrice, sono quasi due mesi che questa bambina è per me la mia ora d’aria retribuita. Ogni giorno, io e lei ce ne andiamo al parco, lei resta in silenzio e ferma, io la lascio fare, e mi godo un’ora di ozio ingiustificato, sto leggendo un bel romanzo, a casa non avrei mai tempo, con tutte le cose che ci sono da fare, adesso figurati che Claudio ha adottato un cane che io, naturalmente, devo nutrire, lavare, coccolare e poi pulire, lavorare, insomma lo sai, che vuol dire…così Anna è la mia ora di respiro, bello, no?”
“Sì, però… la bambina… dovrebbe… dovresti…, che libro stai leggendo?”
“L’immortalità di Kundera, è bello”
“Ah sì, io non l’ho letto, ma…” e Giovanna mi risommerge nuovamente nel suo dispendio indecoroso e sguaiato di parole e gli occhi sgranati e consci di Anna mi rapiscono. Forse è gelosa, ci tiene a me… oggi resterà con me, fino a sera, avremo un’altra passeggiata, al crepuscolo. Lasciandomi tenere per mano attraversiamo il viale alberato, nell’aria ancora calda e siamo entrambe silenziose; partecipe di una sua visione Anna cammina a tentoni in questa realtà, ma io so che lei mi comprende, questa bambina è suo malgrado mia complice, assodato che la sua struttura cerebrale è sana, mi sento sollevata da ogni necessità di forzare questo suo silenzio e questa sua riluttanza all’apprendimento. Mi siedo e lei mi segue, stasera con dispetto, riottosa si siede e scivola con il busto in avanti:
“Cosa fai?”, chiede insolente e perentoria.
“Leggo”
“Perché?”
“Perché tu non lo sai fare!” la canzono io, e mi guarda con evidente rancore, mi lancia occhiate infuocate. Anna è viva e le sorrido, e lei si adira, piccola e fremente, e io impietosa la prendo in giro:
“Io leggo e tu non sei capace”
Ed Anna, distoglie lo sguardo e si alza in piedi dandomi le spalle e serrando i piccoli pugni, poi si volta sentendo il mio silenzio e sorpresa osserva la mia mano che scrive sul libro: ANNA è STUPIDA ed Anna che è curiosa:
“Cosa fai?”
“Niente”
“Fammi vedere!”
“Guarda…”
“Non è vero!” e sta per piangere, ma orgogliosa ingoia le lacrime e reclama di fronte alla mia faccia soddisfatta: “Non è vero, non sono stupida!”
“Anna? Io lo so, tu sai leggere!” e le allungo il palmo aperto e teso della mano, “quando non ci vedremo mi scriverai? Da domani già non ci vedremo più, la mia estate è finita. mi scriverai Anna? Io ti scriverò, ti scriverò del mio coniglio, ti piacciono i conigli?”
“No” e mi guarda perplessa io invece sono raggiante: Anna legge, sa leggere, mi ripeto squadrandola sulla faccetta imbronciata, ha sempre saputo leggere, sono mesi che riesce a dissimulare questa sua capacità, Anna sa. Mi verrebbe voglia di abbracciarla, ma mi trattengo e Anna mi guarda e arrossisce ed è offesa, il parco è quasi deserto, una leggera brezza disturba le foglie, cigolano le catene delle altalene rimaste vuote.
“Anna?”, la chiamo: “andiamo sull’altalena?”
“Tu non puoi, sei grande!” ed è la sua vendetta
“Tu vuoi andarci?”
“Sì” si lascia sfuggire guardando già le altalene.
“Andiamo allora. Se ci vado anch’io tu non lo dirai agli altri grandi?”
“No, io lo dirò a tutti!”
“Va bene, non mi importa se lo dirai, mi piace andare in altalena e non mi importa cosa diranno gli altri!”
Anna, se tu sapessi, che mi piace giocare e che mi piaci anche tu.

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