Vita

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«Renoir dipingeva vincendo la malattia che gli torceva le mani e mentre dipingeva diceva che un posto devi viverlo per capirlo e così dipingeva, dipingeva, dipingeva sempre, affinché i suoi quadri fossero una porta di accesso a quei paesaggi tanto bramati.»

Vita era estasiata, amava l’arte, ma ancor di più le spiegazioni del suo bravo insegnante. «Allora visitare un posto in giornata e poi andare via significa essere superficiali? Fermarsi a una bellezza effimera, di apparenza? Significa non assorbire nulla del posto?» chiese al professore. «Se così fosse tanto meglio sarebbe sognarlo quel posto, costruirlo nella propria mente».

«È un’opportunità la tua. Se pensiamo che Emilio Salgari, il papà di Sandokan, ci ha presentato i Dayachi, descritto il Borneo, la Malesia e altro senza esserci mai stato. E così possiamo fare anche noi, ogni qualvolta non possiamo muoverci da casa». Le risposte del professore erano profonde almeno quanto le spiegazioni.

Vita cresceva. Meditava tra le andane della vigna che il nonno coltivava con cura. Amava mangiare la pizza con gli amici, dipingere e leggere. Correre sullo sterrato e fare un salto in palestra, abbracciare la prima compagna di scuola incontrata per caso, organizzare un barbecue con la famiglia o una scampagnata con gli amici, una puntatina veloce al mercato, una rimpatriata al Pub o un acquisto con l’amica del cuore. A volte si concedeva una gita in barca, un concerto del suo cantante preferito o un film al cinema sgranocchiando i pop corn. Amava anche starsene a casa quando ne aveva voglia. Di tutto un po’, sulle ali della libertà. «Vita mia!», le disse l’amata nonna una volta, «fai il pieno ora, che un giorno avrai di che raccontare. E abbracciami, perché arriverà il momento che ciò non ci sarà concesso.» Non capì bene Vita, o fece finta di non capire. Continuò a studiare e a porre domande al professore che rispondeva sempre con impegno. Sognava un bel lavoro, un marito da amare e dei figli da crescere. Nel tempo imparò ad apprezzare le passeggiate in campagna e i tramonti sul mare. Mai si fece illusioni, ma scoprì che le piaceva sognare. Una notte si svegliò madida di sudore. Aveva avuto un incubo. Si vide chiusa in casa senza potersi muovere mentre i suoi cari cercavano di abbracciarla. Poi si svegliò di soprassalto sperando che tutto fosse finito. E finì, e continuò a sognare. Ogni giorno Vita aggiunse un tassello importante al suo divenire e riuscì a coronare gran parte dei suoi sogni. Aiutava anche molti sfortunati che incontrava nel suo cammino e quando poteva continuava a immergersi nella sua natura. Procedeva sotto verdi canopie o lungo spiagge assolate, un po’ da sola, un po’ con gli altri, il giusto equilibrio.

Di tanto in tanto divagava tornando indietro nel tempo. Viaggi da poco, brevi escursioni che lasciano il segno.

Quando Vita tornava da scuola e pioveva lanciava lo zainetto sul letto e correva sotto la tettoia dietro casa. Si sedeva sui gradini e si abbracciava per prendere calore. Ascoltava il ticchettio della pioggia che batteva sopra le lamiere e si lasciava cullare da quella musica dolce e naturale. Era un momento magico per lei, avrebbe potuto passarci l’intero pomeriggio, ma puntuale arrivava il richiamo ripetuto di sua madre che la invitava a mangiare. Se aveva pochi compiti ci tornava, conscia che l’incantesimo era ormai rotto e che niente era più come prima.

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