La Protezione Civile

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Nel giro di qualche anno il presidente è riuscito a mettere su una bella squadra. Ce ne sono di tutte le taglie e di tutte l’età. Uomini, donne, ragazzi e ragazze che sacrificano parte del loro tempo per una missione non sempre apprezzata. Ma il presidente sa che se vuoi fare del bene devi farlo e scordartelo, poiché spesso se lo scorda pure chi lo riceve. Madidi di sudore spengono gli incendi d’estate, spalano la neve nelle giornate più rigide d’inverno, sono in prima linea nelle alluvioni, fanno servizio d’ordine e se capita fanno pure attraversare la strada alle vecchiette. Ognuno nel ruolo che predilige, tutti stimati e rispettati nell’intera regione.

Il presidente commosso traccia il suo bilancio. Non è andata per niente male ma lui soffre, soffre molto. Vorrebbe essere apprezzato di più nel suo paese che ama tanto. I più diffidenti gli chiedono sprezzanti: «Perché lo fate?». Lui sospira e spiega: «Lo facciamo perché sentiamo forte il desiderio di condividere le gioie e le disgrazie con gli altri. Siamo volontari, lo facciamo gratis, laddove non arriva lo Stato interveniamo noi». Il presidente giurò a se stesso che mai più avrebbe fornito spiegazioni del genere riguardo all’operato della Protezione Civile di cui si onorava esserne il responsabile. Ogni parola in più sarebbe risultata banale e avrebbe sminuito il nobile intento. «È la domanda che è sbagliata», aggiunse per chiudere il discorso, «non dovreste chiedervi perché lo facciamo ma come lo facciamo. Perché se la motivazione è personale, il risultato è sotto gli occhi di tutti».

Era il giorno della festa del paese. Luigino salì sopra il santuario con il suo papà, che era uno di quelli che non condivideva l’operato della Protezione Civile. «Lo fanno per mettersi in mostra o per soldi», diceva, «andassero a fare qualche mestiere!». Luigino ammirava i ragazzi che facevano parcheggiare le auto, avrebbe voluto essere uno di loro. Gli piaceva la divisa fosforescente. Brillava al sole e rifletteva i fuochi dell’incoronazione della Madonna. «Papà, voglio fare anche io il volontario con la divisa». Il papà lo fulminò con lo sguardo. «Figlio mio», gli spiegò, «la vita è dura ed è pure breve, per quanto mi riguarda non la sprecherai con le cavolate!». Luigino continuò a seguire con lo sguardo i ragazzi in divisa. «Papà, non adesso, ma da grande potrò andare?». Il papà non rispose, ma quando si trovò il presidente a tiro gli chiese con aria accusatrice: «Perché lo fate?». Il presidente abbassò la testa e si allontanò senza proferire parola.

La notte un corto circuito mise in serio pericolo la vita del piccolo Luigino e dei suoi cari che dormivano ignari. La Protezione Civile fu la prima a intervenire. La casa era in fiamme, ma per la conta dei danni c’era tempo. Il papà di Luigino era alla disperata ricerca di suo figlio mentre la moglie tossiva per il fumo inalato. All’improvviso Luigino uscì da dietro l’angolo con il suo elmetto giocattolo in testa e con un secchiello da mare pieno d’acqua che lanciò in direzione delle fiamme. Il papà si accasciò al suolo, si passò le mani in faccia e proruppe in un pianto disperato. Tutti i componenti della Protezione Civile, con la fuliggine che li rendeva ancora più uguali, gli diedero una pacca per rincuorarlo. Il presidente lo abbracciò. «Ora hai capito perché lo facciamo?», gli disse cercando di non umiliarlo. Lui fece un cenno di sì con la testa e poi corse ad abbracciare il suo Luigino, novello pompiere.

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