La culla vuota

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Il ginecologo spalmò il gel sull’addome di Assunta e le gambe di Mario iniziarono a tremare. Quando poi l’esperto medico appoggiò su di lei una sonda, il tremolio raggiunse anche le braccia. Mario inspirò e cercò di rilassarsi. La sonda scorrazzò in lungo e in largo sull’addome di Assunta mentre le immagini del feto man mano si formarono sul video.
“La testina è ok, il femore ha la giusta lunghezza, ecco un braccio… Non vedo l’altro… Una gamba, c’è pure l’altra…”, mormorò tra sé il dottore come se fosse da solo in quella stanza.

Mario oramai sudava freddo, era certo che ai suoi piedi si fosse formata una pozzanghera.
Si fece coraggio e chiese: “Ma poi l’altro braccio l’ha trovato dottore?”
“Sì, sì”, rispose lui. Ma mancavano ancora mani, piedi, occhi, orecchie, eccetera eccetera eccetera. Assunta, consapevole di avere già un bimbo a carico, chiese al marito se volesse uscire un po’ fuori a prendere una boccata d’aria, tanto lì era tutto sotto controllo. Mario, che non ce la faceva più, colse la palla al balzo e si rifugiò nel primo bagno che trovò a portata di mano. Quando, dopo una buona mezz’ora, rientrò dentro, incrociò il sorriso rassicurante di Assunta. Il dottore, con tono trionfale, gli riferì che non solo non mancava alcun pezzo ma anche che, di lì a poco, sarebbe venuto alla luce un bel maschietto. A Mario del sesso non importava nulla e, anzi, alla luce della sofferenza patita, si sarebbe accontentato pure di un cagnolino, di qualsiasi cosa purché fosse finito quello strazio.

I festeggiamenti in famiglia entrarono nel vivo, in barba alla scaramanzia. I nonni erano al settimo cielo e gli zii non erano da meno. Iniziarono ad arrivare i primi regali, di ogni genere. Fu preparata la culla che avrebbe dovuto accogliere il bimbo. Poi accadde l’imponderabile.
Assunta e Mario sperimentarono cosa si prova ad andare in ospedale in tre e tornarsene in due. Successe una mattina, all’improvviso. Assunta si sentiva strana e si fece portare a visita. Il cuoricino del piccolo non batteva più e Assunta fu operata d’urgenza. E mentre le compagne la sera festeggiavano con amici e familiari i nuovi arrivi, lei era l’unica nella stanza a dover accettare una partenza. E intanto pensava alla culla vuota che attendeva a casa. E fu allora che Mario vide una luce nel volto di Assunta e la tristezza divenne speranza.

Tornarono a casa, in due. Si abbracciarono e proruppero in un pianto liberatorio. Le uniche parole che si dissero furono una promessa, la promessa di farcela più che di riprovarci. Assunta era ancora a letto, in convalescenza. Aveva deciso di lasciare la cameretta come se fosse ancora in attesa del suo piccolo. Mario sapeva che più di niente, niente poteva fare. E mentre si apprestava a salutare il suo amore per andare al lavoro, guardò la culla vuota.
“Così ti fai del male!” disse quasi supplicandola.
“Lascia che il mondo vada come deve andare”, rispose lei con un sorriso. Assunta sapeva che più forte era il dolore, più grande sarebbe stata la gioia quando la culla si sarebbe riempita.

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