Emma

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Emma è bella, dolce e gentile.
Ma non lo dico io che sono suo fratello, sono gli altri a sostenerlo. Le voglio bene, più della mia vita. Io vivo per lei. Che ci posso fare, siamo legati in modo indissolubile.

E non perché siamo rimasti orfani da quando lei aveva cinque anni. Certo, l’evento mi ha svelato la vita sotto una luce nuova, ma io Emma l’avrei amata allo stesso modo.

Tant’è che già da allora le facevo passare tutti gli sfizi e ora, che di anni ne ha sedici, non è cambiato niente. E meno male che mi pagano bene, altrimenti come farebbe a partecipare a incontri, concerti e roba del genere?

Però devo dire, con grande gioia, che anche lei mi vuole bene, sono io il suo primo pensiero. Accetta i miei regali, ma non è una spendacciona, le sue uscite sono sempre mirate.

Penso a quando mi porterà a casa il suo fidanzatino e credo che ce l’abbia, perché qualche settimana fa l’ho sentita parlare a telefono con insolita dolcezza.

Era nella sua cameretta, aveva appena appeso il suo ultimo poster, tutta roba che io non capisco. L’unica immagine che mi è cara è la foto sul suo comodino di mamma e papà, foto che ci ritrae tutti e quattro, immortalati felici e sorridenti in una bellissima domenica di maggio. È l’ultima foto insieme, prima che televisione e giornali rendessero testimonianza di quel groviglio di lamiere che avvolse mamma e papà e altri in un tratto di autostrada qualunque. Da quel giorno non ho più guardato televisione e letto giornali. La televisione e i giornali hanno sempre detto cose brutte, ma quel giorno si sono superati.

Parlo sempre di Emma, chi mi conosce lo sa e mi sopporta. Di me invece non vi dico niente, perché di me c’è poco da dire. L’importante è che io lavori, la mia vita è Emma, e guai a chi me la tocca!

Ho ordinato il solito cappuccino e cornetto. La colazione al bar con il mio migliore amico è l’unico lusso che mi concedo, tutti i giorni.
Eccolo che arriva, il mio amico.
«Ciao, tutto bene? Emma come sta?», mi chiede.
Sono contento che si interessi di Emma, lui sa quanto tenga a lei, è il mio migliore amico…

«Credo che stia bene. In verità sono un po’ preoccupato. È uscita per uno dei suoi soliti week end e da un paio di giorni non mi chiama».
«Stai tranquillo, sono giovani. E poi lei è una ragazza giudiziosa, vedrai che stasera stessa ti chiama. Ma dove è andata?».
«Sai, le ho fatto il regalo per il suo compleanno. Ci teneva tanto a partecipare ad un concerto di una cantante di cui non ricordo il nome, una di quelle che come apre bocca le ragazzine si strappano i capelli…».
«Ma dov’era questo concerto?»
«Manchester e un’altra cosa, mi sembra…».
Il mio amico sbianca di colpo. Io lo guardo preoccupato e non capisco. Lui barcolla, poi lo vedo appoggiarsi al primo sgabello vicino. Proprio in quel momento entra il ragazzo che consegna come ogni giorno le copie del giornale. Giro lo sguardo e vedo le prime foto della tragedia. Ragazzi e bambini martoriati. Un film già visto, un giovane come tanti che si fa esplodere. Ho capito ma non capisco più niente. Sposto lo sguardo sul titolo, è da tanto che non lo faccio. È scritto a caratteri cubitali.
Leggo.
Manchester Arena.

Foto David Dixon [CC BY-SA 2.0], via Wikimedia Commons

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