I denti degli ultimi

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Denti macilenti, neri, pochi, cariati, corpi non vecchi, ma consunti, espressioni non tristi, ma arrese e poi pasticche, documenti per un’invalidità da dimostrare, non sia mai che stessero bluffando, fiori di plastica e il caffè sempre e comunque pronto per chiunque, non importa il sesso, la religione, lo status sociale men che meno la provenienza geografica… il caffè è patrimonio dell’umanità tutta.

TV, quando non piove e nella stanza non si rischia il disastro, sempre accesa.… “sai mi fa compagnia”… quella compagnia che è merce rara. Di quello che noi ricchi definiamo famiglia neanche la parvenza. Poche parole confuse in una lingua indefinibile (per chi non li conosce), (poesia triste e urbana per chi li ascolta), ma tanta cordialità, tanta umanità, nessun rancore o avversione quando ai miei occhi la soluzione meno drastica sarebbe imbracciare il più potente dei fucili e fare mattanza senza risparmiare chicchessia.

Questi i documenti di identità degli invisibili, così li appellano i nuovi “compagni” improvvidi quelli che cercano “un posto al sole” in realtà dietro quei denti marci, dietro quella solitudine alberga il fallimento della società e ancor di più la resa incondizionata di esseri, che a definirli umani bisogna fare un volo pindarico. Hanno accettato tutto: la gogna mediatica, il disprezzo per quei denti malcurati, l’insofferenza per quell’infinitesimale irrisorio, triste e malandato spazio vitale che hanno nolenti conquistato.

Gli sguardi ostili di chi non sa se andare a Sharm o in Costa Azzurra, gli sguardi ostili di qualche fascistello frustrato che nella vita voleva fare il killer di professione ed è finito a fare il pupazzo social. Non è una storia poetica, cavalleresca aneddotica, non è il cavaliere errante di Cervantes memoria, è una storia piegata dal destino, avverso, soffocata dal disprezzo degli altri che non sono neanche altri sono piuttosto esseri disumani, volatili come fossero un gas etereo, sono indefinibili, eppure offensivi, pieni di rabbia.

Per i nostri poveri eroi sono soprattutto degli eterni sconosciuti. I nostri eroi non hanno, né avranno, nessun riscatto, nessuna vittoria, nessun prigioniero o contropartita con la quale mercanteggiare e mai e poi mai nessun diritto al riscatto men che meno il ristoro di un sorriso.

È la storia degli ultimi, degli abbandonati, di chi ha fatto della sopravvivenza l’unica ragione della sua misera vita.

Educati, fin troppo, quasi renitenti miserrimi, non sono combattenti ma ridotti a semplice e pura carne da macello, abbandonati da chi, per dovere o semplice senso umano, dovrebbe dare loro una risposta: i potenti, i politici, i finti timorati di dio che si abbuffano sulle disgrazie tutti, nessuno escluso, sciacalli pronti ad assaporare il gusto del loro disperazione, e allora non resta loro che affidarsi a un dio a cui pure inesorabilmente, inspiegabilmente credono, abbandonati, anche qui, da chi quell’inesistente dio… eppure loro, in qualche modo si fanno beffa di quel signore malevolo, di quella chiesa che li ignora, idolatrando proprio quella statua di gesso che non vuole avere nulla a che a fare con loro… loro sono i poveri, gli ignoranti, i tossici, i trans, le puttane, i senza casa, i ladri, i galeotti e i peggiori e, di certo, possono insegnarci di più di un prete, di un cattedratico, di un filosofo, di un cantante e sicuramente di un politicante da quattro soldi di questa povera e succube cittadina italiana… alle volte basterebbe sapere ascoltare il dolore quello dolce, ingenuo e fosse anche quello malvagio e prepotente per trasportarsi in quel mondo illusorio e disatteso che potremmo definire come un mondo migliore dove la giustizia sociale abbia un senso.

Questo inutile pensiero è dedicato a Vincenzino “Pier e cammell”, a Maurizio in galera a 67 anni per truffe degne di Totò risalenti a 25 anni fa, a Amadou e a tutti i miei compagni di questo sciagurato viaggio.

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