Diario di un fotoreporter tra le macerie

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E’ notte fonda. Il telefono continua a squillare, mi sveglia. E’ Ermanno, mio amico e collega de Il Punto a Mezzogiorno che su Whatsapp scrive che c’è stata una forte scossa di terremoto nel centro Italia.

Mi alzo, mi metto al pc e condivido le prime notizie sui social network. Sento Franco, collega di Lazio Tv, anche lui non ha sentito la scossa.

Sono le 4 e 30, lentamente iniziamo a renderci conto della tragedia. Si inizia a parlare di Rieti, di Amatrice e Accumoli.

Il sito dell’Ingv è offline ma sul profilo Twitter riesco a leggere la magnitudo e capisco che la situazione è drammatica. Qualcuno scrive che Amatrice non esiste più, sento Franco e decidiamo di partire.

Arriviamo ad Amatrice poco prima delle 9. I soccorsi già sono al lavoro, il rombo degli elicotteri è continuo. Ci dirigiamo verso il centro storico, a piedi. Vediamo i primi crolli e le case sventrate. Pochi passi per vedere abitazioni implose su se stesse, ma mai avremmo immaginato di vedere Corso Umberto I ridotto ad un ammasso di macerie e pietre. Si scava, a mani nude.

Tra occhi terrorizzati, pianti, rumore di sirene e ruspe vediamo passare i primi corpi privi di vita. Sulle barelle o portati a mano avvolti nel lenzuolo. Ma anche i sopravvissuti. Mi concentro per crearmi “lo scudo” con il dolore che sto per affrontare. Incontriamo Il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti e poco dopo il sindaco del paese Sergio Pirozzi.

amatrice-terremoto-01La priorità è scavare per salvare i superstiti. I vigili del fuoco con una scala salvano un cagnolino rimasto tra le macerie al piano superiore, contemporaneamente un uomo viene recuperato dalle macerie dell’abitazione adiacente. Ha il volto e il petto insanguinato, non so se è cosciente.

I telefoni non funzionano bene. Tento una connessione per spedire qualche foto. Poco distante c’è una cagnetta nera legata ad un palo. Abbaia. Si agita. E’ sola. Mi sposto con tutta l’attrezzatura vicino a lei per consolarla e calmarla, la accarezzo mentre continuo a guardare il monitor del portatile. Un po’ si calma ma è molto agitata. Un vigile del fuoco mi dice che l’ha trovata lì, al palo. Gli mettiamo dell’acqua in una ciotola ma non beve. Poco dopo un altro vigile del fuoco mi dice che è stata salvata ma il padrone è morto. Cerco di calmarla ma quando ci passa davanti un mezzo dei Vigili del Fuoco la cagnolina si spaventa e agitandosi rompe il guinzaglio con cui era legata e scappa via.

Torniamo su Corso Umberto I e riusciamo ad intrufolarci, lo scenario che ci si presenta è impressionante. Camminando sui cumuli dei crolli ovunque ci sono i soccorritori che scavano e cercano. Poi il rumore e il frastuono viene rotto dalle grida “silenzio” “silenzio”, forse qualcuno è sotto e si chiede di portare un cane. Continuo a camminare, senza casco, poi decidiamo di fare una pausa e torniamo all’auto. Beviamo e mangiamo un cornetto poi torniamo tra i vicoli.

Ci sono le scosse di terremoto, ma non le avverto, sento gli altri agitarsi, sento i calcinacci cadere o le mura scricchiolare e capisco. Che tragedia! Apprendiamo della morte del figlio del questore di Frosinone, e tocca darsi un pizzico sullo stomaco per fare il nostro lavoro. Continuiamo a girare. Forse sono le 15, forse le 16, o forse più tardi. Tra i sopravvissuti seduti sul marciapiede di fronte la chiesa e il parco in miniatura rivedo la cagnetta scappata legata alla ringhiera della villa. Mi sembra che si sia calmata e provo un po’ di sollievo.

Lo “scudo” non basta, non serve. La polvere delle macerie ti entra dentro insieme all’odore asfissiante del dolore e della fragilità umana.

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