Prima o poi scoprirò chi sono io

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Ho iniziato la mia vita come gli altri e come gli altri l’ho proseguita, obbedendo dapprima a mio padre e mia madre e poi a maestri e professori. Sono entrato, infine, nel mondo del lavoro. E pure lì ho dovuto seguire le direttive di qualcuno, del mio capo in particolare.

Devo riconoscere che tutti mi hanno insegnato qualcosa, ma tutti mi hanno impartito ordini. Ho rischiato di fare una brutta fine, forse perché non ho saputo ascoltare bene oppure loro non mi hanno saputo comandare. Mi sono rifugiato nell’alcool, e meno male che ora è solo un brutto ricordo.

Credo che con gli anni abbia compreso il senso della vita, quella degli altri e quella mia. Ho capito che ognuno nasce a modo suo, ma è stata dura però arrivarci e soprattutto accettare che in questa società si debba fare troppa fatica.

Ricordo che un giorno come tanti aprii la finestra della mia camera e vidi un piccolo uccello di cui non ricordo la specie, perché conoscere le specie significa aver studiato o aver prestato attenzione al mondo che ti circonda. Se ne stava da solo beato a cantare sul ramo più alto di un abete. Nemmeno l’abete conoscevo, mi dissero che così si chiamava ed io su questo non ho mai avuto motivo di dubitare. Non mi capacitavo, quel giorno, del fatto che la natura non facesse mai mancare nulla a quel piccolo essere. E mi chiedevo come può un uccellino avere a disposizione tutto il necessario per portare avanti la sua esistenza e un uomo, invece, è costretto a nutrirsi della sua miseria. Facevo fatica allora e faccio fatica tuttora. Hanno provato a spiegarmi che ci sono esseri viventi che si accontentano dello stretto necessario, non cercano il superfluo. Sarà stato forse questo il momento in cui ho capito che eseguire gli ordini non era la mia aspirazione, visto che anche l’uccellino era più libero di me. Sentivo forte il dovere di non rompere le scatole al prossimo e allo stesso tempo il desiderio di essere trattato allo stesso modo. Un po’ come i litigi da ragazzino, non mi è mai piaciuto dare le botte figuriamoci riceverle.

Negli anni ho letto e studiato, e mi sono rasserenato un po’. Il mio capo ha notato i miei progressi e mi ha promosso. Lavoro in una grossa fabbrica e ho una cinquantina di collaboratori, madri e padri di famiglia, che pendono dalle mie labbra. Molti mi invidiano, ma a me danno solo fastidio. E mi danno fastidio pure quelli che eseguono i miei ordini. Qualcuno mi accusa asserendo che io non abbia voglia di lavorare, perché sono uno che non vuole né ubbidire né comandare. Io ci sto male, devo lottare con le mie forze affinché l’alcool resti solo un ricordo. Adesso non dicono più che non ho voglia di lavorare, ma che sono pazzo. E hanno ragione, perché mi sono licenziato. Anch’io mi rendo conto che bene non sto, o forse son loro a farmi star male.

Il vento è cambiato, adesso so come vive un uccellino e come si chiama l’albero che lo ospita quando canta. Ma la cosa più importante è che prima o poi scoprirò chi sono io. A volte basta un attimo per cambiare la tua vita. Un amico, una parola, una canzone, un film, un libro. Ogni cosa ha un colore ed emette suoni, basta ascoltare. Ho appena letto “Diario di scuola” di Daniel Pennac, soffermandomi nel punto in cui il maestro descrive il malessere di un suo alunno “Inadatto all’obbedienza e nessuna propensione al comando”. Un fremito scuote il mio corpo, sono io quell’alunno, ho la certificazione che non sono solo e che non sono pazzo.
Inizia per me una nuova vita.
La mia.

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