Ponti di empatia

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«Giorgia, tu sei unica, sei tra le poche persone che conosco capaci di costruire ponti di empatia!».

Giorgia prima si imporporò, poi sorrise. Intuì che costruire ponti di empatia fosse un complimento. E non poteva essere altrimenti, pensò, visto che la frase era stata pronunciata da una bella persona, una persona che aveva occhi limpidi e trasparenti.

Ma Giorgia non era abituata a ricevere elogi, perciò nutriva qualche dubbio riguardo alla frase. Ad ogni modo accantonò il complimento, o presunto tale, e continuò ad interrogarsi su quale fosse l’atteggiamento giusto nei confronti della vita, nei rapporti con cose e persone. Lei, sempre alla ricerca di se stessa, metteva in discussione il suo carattere.

La società le imponeva di essere furba e, sebbene a malincuore, ci aveva provato. Era durato poco, però. Era successo mentre faceva la commessa in un negozio di abbigliamento quando, per vendere un vestito, lo aveva rifilato ad una poveretta che si fidava di lei. In effetti non le stava bene, ma l’ordine era di toglierlo di mezzo perché giaceva in magazzino da troppo tempo.

Poi Giorgia si immaginò lei in quel vestito e provò tanto rimorso, ma talmente tanto, che giurò a se stessa che mai più avrebbe agito così scorrettamente.

Il suo titolare era di tutt’altro avviso tanto che, non solo la riempì di elogi ma arrivò addirittura a prometterle un aumento a stretto giro se avesse continuato così.

Giorgia, però, non riuscì a vendere più niente. In verità non ci provò nemmeno, non le piacevano quei vestiti, erano robaccia. Presto restò di nuovo senza lavoro, ma soprattutto restò confusa.

Un giorno vide un mendicante in compagnia di una bambina sporca e di un bastardino che se ne fregava della povertà. Giorgia non aveva soldi da dare loro. Con il cuore gonfio proseguì. Poi, però, ci ripensò e tornò indietro.

Sorrise al mendicante, fece una carezza alla bambina e il cagnolino le leccò la mano. Giorgia non aveva niente. «Brava!», esclamò un signore che assistette per caso alla scena, «Lei sì che sa costruire ponti di empatia».

Quell’uomo era un responsabile di un centro di accoglienza e la convocò per un colloquio di lavoro nella sua struttura. Giorgia non stava nella pelle, ma prima di presentarsi pensò che fosse oramai giunto il tempo di prendere in mano il vocabolario e capire una volta per tutte cosa significasse di preciso “costruire ponti di empatia”.

Fece un po’ di fatica, non era abituata a districarsi tra i libri. Trovò la parola e lesse «Empatia: capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo».

Finalmente comprese tutto il dolore e le necessità degli altri, il rispetto per loro, l’accettazione dei loro difetti e l’apprezzamento per i pregi.

Giorgia non sapeva ancora se avrebbe potuto vivere così per sempre, andare avanti in una società in cui l’empatia era la teoria e la furbizia la pratica.

Intanto aveva trovato il lavoro che le piaceva, forse poteva farcela. Si sentiva bene e colse negli occhi delle persone che incrociò l’amore per la vita.

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