Notti bianche…

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“Papà per favore ancora una…dai papà…raccontami una delle tante storie che conosci” -disse Matilde fissando il padre con i suoi occhioni verdi-. “Lo sai che non si può…è ora” -rispose l’uomo dalla folta barba nera ed i capelli arruffati, mentre prendeva la piccola tra le sue braccia e la sollevava. Dodici, quello era il numero di passi che dividevano Matilde dalla stanza in cui avrebbe passato la prima “notte bianca” del nuovo mese. Una stanza asettica, priva di finestre e di qualsiasi altro oggetto, che nonostante fosse ben riscaldata, per Matilde restava sempre gelida e triste. Solo un letto con gambe in ferro, cinghie e catene, erano presenti, lo stesso letto sul quale la piccola dagli occhi verdi era pronta a sdraiarsi e farsi legare dal padre.

“Sono troppo stretti?” sussurrò l’uomo con voce calma, che faceva comunque trasparire una profonda tristezza. “No papà vanno bene…e comunque meglio più stretto che meno…me lo dici sempre”. L’uomo bloccò la piccola con cinghie e catene, le diede un ultimo bacio sulla fronte e se ne andò chiudendo dietro di sé un ampio e forte portone in acciaio. La prima delle due “notti bianche”, stava per iniziare. Solo due notti, per poi tornare ad un sorta di incerta tranquillità, fino al mese successivo.
Un urlo, o quello che poteva sembrare tale, svegliò l’uomo che giaceva nel proprio letto, a metà tra il suo posto e quello che era lo spazio della sua adorata moglie. Lui sapeva benissimo di cosa si trattassero quei lamenti, sapeva benissimo che nonostante tutto era per il bene della sua piccola che ogni mese ripeteva quel rituale. Era da poco passata l’una di notte, la luna brillava in cielo grande e luminosa come non mai. Chiunque avrebbe goduto di quella visione, ma non lui: quella luna quasi l’odiava.
Scese i gradini diretto verso la “stanza bianca”, un altro urlo più simile ad un guaìto interruppe il silenzio della notte. Mentre pensava che avrebbe provveduto a migliorare l’isolamento del seminterrato, si ritrovò davanti quel gigante e spesso portone d’acciaio, che solo qualche ora prima si era chiuso alle spalle, lasciando dentro quello che di più caro gli restava al mondo: sua figlia.
Lui sapeva che non avrebbe dovuto, sapeva che in fondo la sua piccola, o l’essere che ormai era diventata, stava bene, ed era consapevole che la vista di quella trasformazione lo avrebbe sconvolto nel profondo. Ma l’amore del padre verso la sua bambina era troppo forte, doveva vedere. Così aprì leggermente lo spioncino e la vide, lì legata saldamente su quel letto. La trasformazione era ormai completa: il corpo della piccola era diventato più robusto e muscoloso, ricoperto da un pelo folto e nero. Nonostante Matilde avesse il viso girato dall’altra parte, si riusciva a notare come del suo bellissimo volto d’angelo, non rimanesse ormai nulla. I bellissimi occhi verdi avevano assunto un colore rosso fuoco, e un muso lungo e pieno di denti affilatissimi, aveva preso il posto della piccola e dolce bocca della bambina.
L’essere si accorse di essere osservato e si girò di scatto emettendo un ruggìto ancora più forte e mostruoso. L’uomo richiuse subito lo spioncino, si accasciò a terra e iniziò a piangere ininterrottamente, consapevole che non avrebbe potuto far altro che insegnare a sua figlia a convivere con la licantropia. Passavano gli anni e Matilde cresceva sempre più bella e forte. Il rito della “stanza bianca”, che costringeva Matilde, ormai adolescente, ad isolarsi dal resto del mondo per due notti al mese, iniziava a pesare nell’animo della ragazza. Lei sapeva che era per il suo bene e soprattutto per quello di chi le era intorno.
“Papà…sono stufa…” -disse Matilde con voce bassa ma decisa-. “Lo so….” -rispose il padre-, ne abbiamo parlato tante volte piccola mia…ma lo sai che è meglio cosi…è l’unica soluzione”. Dopo una breve pausa la ragazza alzò gli occhioni verdi verso il padre, e, mentre una lacrima le bagnava il viso, gli disse : “Un’altra soluzione c’è…lo sai…ce ne sono altri come me…lasciami libera”. Il volto dell’uomo si fece improvvisamente cupo, sapeva che non avrebbe potuto trattenere ancora per molto l’istinto animale che viveva dentro sua figlia. La paura che le accedesse qualcosa, che avrebbe potuto ferire, se non addirittura uccidere qualcuno, lo paralizzava. “Lasciami libera papà….per favore…non me ne andrò mai senza il tuo consenso…“. L’uomo guardò la figlia, consapevole che avrebbe dovuto scegliere tra tenerla segregata in casa e costringerla a reprimere i suoi istinti, oppure scegliere di lasciarla libera di unirsi ai suoi simili e vivere la sua vita felice e soprattutto libera.

***

“Matilde…è quasi ora…e…tu…” l’uomo non riusciva a parlare, tanto era il dispiacere che aveva nel cuore, poi si fece coraggio e disse: “Da quando tua madre è morta tu sei l’unica cosa al mondo che ho…ti amo più della mia stessa vita e voglio che tu sia felice…per favore…stai attenta”. Il viso della ragazza si illuminò quando capì che il padre la stava lasciando libera di fare le sue scelte, cosi si alzò di scatto e corse ad abbracciarlo, ma ormai il tempo stringeva, e dopo un ultimo bacio corse fuori dalla porta, consapevole che per lei stava iniziando un nuovo capitolo della sua vita. Ormai erano quasi due anni che Matilde non tornava a casa, ma in ognuna delle due “notti bianche” del mese, l’uomo si metteva alla finestra ad ascoltare un forte e profondo ululato che veniva dai boschi. Nulla, nemmeno quel ruggìto cosi strano e mostruoso, gli avrebbe impedito di riconoscere sua figlia.

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