La cassiera del Rubin Bar

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Taci. E se proprio devi parlare, menti. Sono cresciuto con questa massima, che mio padre mi ha inculcato fin dall’età della ragione, e l’ho seguita strettamente per oltre vent’anni della mia vita. Ho cominciato a lavorare da piccolo. Quando gli altri ragazzini andavano alle scuole medie, io già facevo i primi lavoretti per la famiglia: intimidazioni, furti con destrezza, borseggi. Quella è stata la mia scuola, e non mi posso lamentare, perché è stata una scuola dura ma capace di insegnarmi in un giorno quello che gli altri ci mettevano anni ad imparare, se imparavano. A uccidere ho iniziato a diciassette anni. E mi sono reso subito conto che ero nato per fare questo. Tirare fuori la pistola e sparare in faccia a uno che non hai mai conosciuto, se non nella foto che ti ha mostrato chi ti ha commissionato il lavoro, è come giocarsi tutto con una scommessa. Se il colpo va a segno, ti sei guadagnato un bel po’ di soldi senza faticare più di tanto e senza sprecare troppo tempo. Se non va a segno sei fottuto. Ma a me non è mai capitato di sbagliare. Per questo sono stimato, nell’ambiente. Un professionista affidabile, un sicario integerrimo. Mai una sbavatura, mai un’imperfezione. Il lavoro di soppressione, come lo chiamo io (perché io non uccido, sopprimo: uccidere implica un qualche coinvolgimento, un legame anche solo simbolico con la vittima, sopprimere fa di me un artigiano altamente qualificato), è, appunto, attività da perfezionisti. Non ci si può improvvisare, non si può lasciare nulla al caso. Si vive una vita riservata, sottotraccia; si acquisisce una fama silenziosa, capace di renderti noto e apprezzato anche presso chi avrebbe ottime ragioni per odiarti, però senza clamore, sommessamente. E più ti nascondi, più chi deve sapere – e solo chi deve sapere – sa di te. È un lavoro monotono, questo è certo. Senza brividi o imprevisti, dopo che hai cominciato a prenderci dimestichezza, a viverlo con il dovuto distacco. È una vita che ti anestetizza, la mia. Non senti più nulla, e non perché vuoi crearti una bolla di cinismo che ti metta al riparo dai cattivi pensieri. No, non è questo. É una questione di concentrazione, invece. Questo lavoro ce l’hai sempre appiccicato addosso, ti penetra in ogni fibra, in ogni respiro. Puoi stare anche mesi senza toccare la pistola, ma non smetti mai di essere pronto. Perché se cedi alla tentazione di staccare per un po’, di ritagliarti del tempo solo per te, pronto non lo sarai più. Quasi mai conosco i soggetti che mi si chiede di sopprimere. Sono facce, come quelle degli attori che si fanno ammazzare per finta al cinema o alla tv. Lo giuro, non c’è nessuna differenza. Farlo per davvero o vederne una finzione su uno schermo ad alta risoluzione non cambia la percezione che se ne ha. La sola differenza è che in un film, per paradosso, appare tutto più vero. Spettacolare. Tragico o ridicolo – perché la morte può essere la cosa più ridicola del mondo – ma comunque più nitido, convincente. Più come dovrebbe essere, per così dire. La realtà è scarna, piena di particolari insignificanti, povera di dettagli eclatanti e quindi meritevoli di restare impressi. Se fai bene il tuo lavoro, la gente nemmeno se ne accorge che sta per morire. L’unica espressione che mi è capitato di cogliere, qualche volta, è stata di stupore. Ed è durata un istante, beninteso. Nessuno crede davvero di stare per morire. Perciò, se ne ha il tempo, l’unica cosa che riesce a fare non è spaventarsi, o intristirsi, o arrabbiarsi, ma stupirsi. Anche in questo c’è monotonia. Loro si sorprendono, ma tu non sei per niente sorpreso della loro sorpresa. Fa tutto parte di un rito prevedibile, di un perpetuo deja vu. O almeno così credevo. Ieri sono andato al Rubin Bar, che è un locale dove vado sempre quando torno nella mia città. Fanno un buon caffè, la musica in sottofondo non è invadente, e, soprattutto, non è invadente la gente che lo frequenta. Al momento di pagare ho visto che Simona, la cassiera che lavora lì da questa estate, aveva un giornale aperto sulla cronaca locale. L’omicidio di Dante Perrini, il commercialista. Roba mia. Ho sempre pensato che Simona avesse un debole per me. Che mi avrebbe voluto. Come amante, come fidanzato da presentare agli amici e ai parenti, o forse solo come uno da scopare di brutto e poi dimenticare. Ma mi avrebbe voluto. E invece io non posso appartenere a nessuno. Però mi è sempre piaciuto lasciarle un appiglio, lo spiraglio di una non preclusione. Per vanità, forse. Per spezzare anche solo per scherzo la routine del mio lavoro, forse. Lei non mi ha mai fatto domande, non mi ha mai chiesto chi fossi, cosa facessi. Nemmeno come mi chiamassi. Certo deve aver fatto caso ai miei capi firmati, al mio stile restio, alla fugacità delle mie apparizioni in quel locale e quindi nella sua vita, alla mia ritrosia un po’ ombrosa nel lasciarmi coinvolgere. Certe volte mi sono chiesto, senza mai venirne a capo, che domande si fosse fatta su di me. E soprattutto che risposte si fosse data. Ieri, mentre mi dava il resto, ha notato che fissavo l’articolo del giornale con la foto di Dante Perrini, sorridente, corredata dalla didascalia che lo definiva “la vittima”. L’articolo diceva che c’era stata una misteriosa testimone – lo sapevo perché l’avevo letto anch’io – che, malgrado la distanza da cui aveva assistito alla scena, aveva fornito una descrizione piuttosto accurata del killer. Una descrizione che, devo ammetterlo, mi somigliava molto. Specialmente in un particolare. – C’è scritto che l’uomo che ha ucciso Perrini aveva una testa di serpente tatuata sul dorso della mano. Ma hanno riportato male la notizia. Io ho specificato che era la testa di un drago. Come quella che hai tu. Per un attimo ho creduto che si trattasse di una specie di scherzo. Ma non c’era traccia d’ironia nello sguardo di Simona. A quel punto ho immaginato di veder spuntare agenti in borghese mescolati tra gli avventori del bar. E tuttavia sono trascorsi diversi, interminabili secondi senza che accadesse nulla. Mentre recuperavo la mia migliore espressione neutra il più in fretta possibile, ho preso il resto, le ho fatto un cenno di saluto e sono andato via. Quando è uscita dal locale, finito il suo turno, l’ho seguita. Lo scooter scolorito della giovane cassiera del Rubin Bar si è inoltrato per le vie del centro, poi ha virato verso l’esterno, verso la periferia smorta e caliginosa della mia infanzia. La tallonavo con l’auto da una certa distanza – sono sempre stato bravo in questo genere di pedinamenti – ma ero praticamente sicuro che lei fosse consapevole che la stessi seguendo. Ho perfino temuto che mi stessi cacciando in una trappola, che alla fine della corsa avrei trovato ad attendermi uomini in uniforme con un mandato di cattura spiccato contro di me, finché lei si è fermata davanti a un grosso edificio stinto dal tempo, un anonimo alveare dove ho immaginato che vivesse ancora con la sua famiglia d’origine. È scesa dal motorino, si è tolta il casco, ha guardato nella mia direzione. Sono sceso dall’auto circospetto, conscio di stare correndo un rischio. Ma non potevo fare altrimenti. Lei mi ha fissato da lontano, è rimasta ad attendermi, come se ci fossimo accordati così, come se si fosse trattato di un incontro combinato. – Ciao – l’ho salutata, quando me la sono trovata di fronte, più giovane di come non mi fosse mai sembrata, più vulnerabile di una bambina. Cercavo di ricostruire cosa era successo. Era andata alla polizia a raccontare cosa aveva visto. Nondimeno, gli era stato impossibile fare il mio nome dal momento che non lo conosceva. E tuttavia aveva sottaciuto un particolare decisivo, e cioè che fossi un frequentatore del Rubin Bar. Potevo intuire il suo disorientamento. Il primo impulso era stato quello di correre a smascherarmi, poi erano subentrati altri pensieri, altre considerazioni, che l’avevano convinta a fornire informazioni a metà. La percepivo sospesa in quel turbamento, in quella tormentata e per certi versi incomprensibile necessità di proteggere uno sconosciuto, con il quale aveva condiviso niente più che qualche fugace sorriso, poche parole di circostanza, ma anche la muta complicità che talvolta si instaura tra estranei attratti da una reciproca, irresistibile curiosità. La cassiera del Rubin Bar avrebbe potuto incastrarmi, ma non l’aveva fatto. Quanto sarebbe durata quell’immunità? Quale senso poteva mai avere? – Vuoi uccidere pure me? – mi ha chiesto lei, quasi con sussiego. Mi sono guardato intorno e non c’era nessuno in quello smarrito imbrunire. Una perfetta scena del crimine, al seguito di quella domanda perfino provocatoria. E invece il suo atteggiamento per nulla scontato mi ha fatto vacillare. Anziché estrarre subito la pistola, fare fuoco e scappare via ho detto – Non ho alternative. Come se volessi giustificarmi. Come se anche quell’incombenza non rientrasse nel novero delle possibili variabili in cui ci si può imbattere nel mio lavoro. Ho esitato. E lei ha avuto il tempo di aggiungere qualcosa. – Cosa? Cos’è che ti ha detto da farti rinunciare ai tuoi propositi, Servadio, inducendoti invece a costituirti? Il sostituto procuratore Fidanza mi guarda da dietro i suoi occhiali spessi con lo stesso interesse morboso di un archeologo alle prese con un indecifrabile reperto. Sono riemerso da un passato lontanissimo: Servadio Fernando, piccoli precedenti per reati contro il patrimonio quando era ancora minorenne, rissa e violenza privata, presentatosi in piena notte alla più vicina caserma dei carabinieri per confessare una sfilza di omicidi. Ovviamente hanno pensato che fossi un mitomane, che mi stessi inventando tutto. Hanno cominciato a prendermi sul serio quando ho riferito dettagli che solo il vero assassino poteva conoscere. Quando si sono accorti che corrispondevo in tutto alla descrizione che era stata fatta dalla testimone chiave del delitto Perrini. Compreso il tatuaggio sul dorso della mano destra. – Perché, invece, non cerchi di capire? – ha detto Simona. Dopodiché si è voltata dandomi le spalle, con tutta calma ha aperto il vecchio cancello mezzo arrugginito, si è diretta verso l’androne del palazzo senza mai voltarsi indietro. – E lei capisce, dottor Fidanza? – Francamente no. Spiegami tu. – Quelle parole hanno lacerato le mie certezze, hanno smontato in un istante tutta la mia imperturbabile apatia. Dentro quelle parole c’era tutto un mondo che non avevo mai vissuto, un caleidoscopio di possibilità che avevo pervicacemente respinto a priori. Perché mi sono sempre rifiutato di capire. Lo facciamo tutti, sa? Ci immergiamo nel nostro lavoro, qualunque esso sia, facciamo scudo con le nostre passioni, i nostri autoinganni, alle nostre debolezze, e non ci soffermiamo mai a capire veramente il senso delle nostre azioni, le motivazioni ultime che sottendono i nostri pensieri. Ammesso che siano davvero nostri, e non l’esito inconsapevole di scelte che altri hanno fatto per noi. – Non ti facevo così filosofo, Servadio. Ma vai avanti. – Quelle parole mi hanno aperto gli occhi. Letteralmente. Tanto che lo sguardo mi è caduto chissà come su un nome in particolare, tra i tanti presenti sulla plafoniera del citofono di quel tetro edificio. Che non era più solo un palazzo simile ai tanti che avevano fatto da sfondo alla mia infanzia e alla mia adolescenza, ma cominciava via via ad assumere le sembianze di un ricordo remoto. – E qual era questo nome? – Malanimo Vincenza. Lei aveva sedici anni, io diciassette. Avevo appena cominciato a fare sul serio: Michele Nocillo, il mio primo omicidio su commissione. In quei giorni mi sentivo un drago. E infatti me l’ero anche fatto tatuare sulla mano che aveva sparato, il drago. Vincenza l’avevo conosciuta subito dopo. Fu come una ricompensa, per me, concedermi alla sua femminilità ancora in erba. Il premio che mi ero conquistato per essere diventato un uomo così precocemente… – Aspetta un momento, Servadio. Malanimo è lo stesso cognome della testimone dell’omicidio Perrini, la cassiera del Rubin Bar. – Vincenza era rimasta incinta. Lo seppi dopo che me ne ero già andato a caccia dei miei mostri. Le feci pervenire dei soldi affinché abortisse. Poi non seppi più nulla di lei. E non seppi mai di avere una figlia. Fino a ieri sera. Quando finalmente, una volta tanto, ho cercato di capire. E ho capito. Da che sono dentro, tutte le notti mi sveglio di soprassalto. Intorno alle due, l’ora è quella. Si sente il fischio di un treno in lontananza, e più da vicino i mormorii che infestano sempre le mura di una prigione, il riflesso dell’agitazione interiore di chi è costretto a convivere con se stesso. Apro gli occhi nella penombra e resto a sentire il mio cuore che batte. Anche dal ritmo del proprio cuore, dalla sua voce nascosta, si possono capire tante cose.

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