Lei

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Volete quindi che vi parli di quel preciso momento?
Non so davvero se ne sono in grado, in fondo eravamo lì entrambe, non comprendo per quale motivo dovrei farlo io ma se pensate che debba, sembra che non abbia altra scelta.
Sono passati credo undici anni, la situazione stava davvero degenerando. Siamo cresciute insieme, ci siamo aiutate spesso, io non sapevo molte cose su come si vivesse tra gli umani e lei non sapeva affatto gestirsi. Davvero comodo avere un’anima sottile come la carta da zucchero, qualsiasi cosa di più compatto di un soffio potrebbe distruggerla e sapete cosa ho scoperto? Sembra proprio che lo sport preferito di certa gente sia lacerare e strappare.

Lei non era capace di dare un colore alla sua carta ed io ho comprato la vernice, lei smetteva di respirare e io la obbligavo a farlo. Le piacevano le altezze, piacevano anche a me ma questo era l’unico particolare comune: lei voleva saltare mentre io volevo volare, non c’è molto da dire su questo punto. Anche ora si dilegua dietro ai riccioli di polvere e non si rende conto che la gente la vede lo stesso. Magari non la osserva, visto che a nessuno interessa davvero conoscere qualcun altro, ma riescono a vederla.
Ogni tanto si degna di parlarmi: “Mi sono persa ai confini della nebbia” lei dice. Si perde di continuo, ha paura di tutto e si lega ai peggiori aguzzini. Ma vedo che sto divagando. Arriva un momento in cui puoi fingere di essere un sasso ma non c’è verso che anche la roccia, prima o poi, non abbia i suoi problemi.

Dato che dovevamo vivere insieme, si è dovuti arrivare ad un compromesso: tu ti siedi dietro e io guido, soprattutto in mezzo alla tempesta. Ci era chiaro, tutto quello che doveva essere morbido per noi era un continuo campo di filo spinato. Lei piangeva e si rimpiccioliva mentre io progettavo come uscirne. Ci siamo ritrovate accerchiate e rinchiuse, abbiamo cercato di evadere, entrambe sbattevamo le nocche sui muri per farci sentire ma le sue erano rimaste quelle di una bambina e la pelle delicata mal si addice a certe pareti, si lacera troppo in fretta, alla fine il dolore diventa troppo e ti toglie il fiato. Infine Lei decideva di arrendersi ma io non potevo, qualcuno doveva pur occuparsi di Lei: era troppo piccola, troppo fragile.
Con la crescita, il pianto diventò ostinato silenzio. Il suo sguardo era eternamente nel vuoto, sembrava che anche ogni lacrima se ne fosse andata, la conseguenza fu che si legò a me a filo doppio. Lei era quella estremista ed io che pensavo di essere dura. L’unica cosa certa era che mi piaceva questa forma di forza che aveva trovato, non era troppo sana probabilmente, ma in quel momento era funzionale. Eravamo finalmente lontane dal filo spinato e dalle fruste, ora dovevamo affrontare un enorme pericolo: la libertà. Brutta bestia la sensazione di essere libero quando sei stato legato e piegato per anni, quando per paura del suono della tua voce, hai costruito maschere di cartapesta fino a non riconoscere il tuo volto. Ci eravamo nascoste così bene che saremmo state in grado di cavarcela benissimo anche senza le mie doti di attrice.
Parlavamo della libertà, ebbene arrivò questo essere alla nostra porta, un avido ed ammiccante principe azzurro. Ora, occhio alla divisa, ci piacciono tanto ma l’azzurro è tremendo, mostra il cielo, nasconde l’infinito e la miriade di possibilità che ne conseguono. In questa maniera incappammo nel buco nero.
Nel buco che trovammo arrivò la follia.

Era impossibile tirarsene fuori in due, si remava in direzioni diverse. Avete presente quando si deve salvare qualcuno che annega? Ecco stavamo annegando in due, perché non avevamo la forza di stordire l’altra. Fino al momento in cui vidi la realtà: lei mi soffiava via la forza vitale ma non potevo separarmene. Era una vertigine, una spirale infinita.
Piangeva ma le lacrime si prosciugavano come bagnate dal vento caldo di certe estati, il silenzio divenne la gabbia in cui voleva rinchiudermi e prese in mano le forbici. Ogni cosa doveva essere recisa, ogni cosa doveva sparire, faceva quello che le avevano insegnato: si feriva e correva con le forbici in mano come una parca impazzita.
Dall’alto della rupe scoscesa del vuoto, Lei tesseva un copriletto di pensieri spezzati, progettando di tagliare l’unico filo che tratteneva il tutto dalla totale disfatta. Presi la via della mia coscienza e decisi che l’avrei affamata e l’avrei lasciata andare, davvero una scelta stupida, il nostro unico risultato è che eravamo entrambe più arrabbiate e senza la forza di urlarci in faccia a vicenda.
In quel momento arrivò la decisione di andare da qualcuno che mi aiutasse a capirla. Venne la terapia di coppia, dove entrambe potevamo parlarci delle nostre problematiche e quella gentile persona, deputata all’ascolto, poteva fare da arbitro.
Abbiamo raggiunto un enorme risultato il giorno che ci fu chiesto: Vuoi morire?
Lei senza pensarci su un attimo, strinse le forbici che portava in grembo e rispose di sì, senza nessun tipo di esitazione. Io ero basita, proprio non comprendevo, dov’è che voleva andare senza di me?
Mi ha chiamata cattiva e perfida. Cosa? Perché la costringevo ad alzarsi, la costringevo a respirare, Lei voleva andarsene e io dovevo accettarlo.
Ecco cosa successe in quel preciso momento: presi l’oggetto più pesante che trovai a me vicino e glielo fracassai in testa, ora basta, il sale nei polmoni brucia e nessuna delle due poteva avere la voglia di ascoltare l’altra. Lei mi ha dato il potere di decidere e io ho deciso che doveva stare zitta.
Questo è quello che è successo. Lei è ancora da qualche parte. La sento mormorare in silenzio, striscia le lame lungo i muri nel quale l’ho dovuta confinare e ogni tanto le concedo di uscire. Ma niente di più.

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