L’articolo 80

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Fino a qualche decennio fa se una pattuglia delle forze dell’ordine ti sorprendeva alla guida senza patente la tua vita poteva cambiare. Una grossa macchia nera sul casellario giudiziario, fedina penale irrimediabilmente sporca, niente concorsi pubblici, niente più accademia o professione di avvocato, niente di niente. Una vergogna per la famiglia insomma, un disastro che prevedeva anche debiti pecuniari. Ma tant’era, ciò prevedeva la legge, questo recitava il vecchio e temibile articolo 80 del Codice della Strada. Fortunatamente a noi ragazzi è andata sempre bene, grazie anche a coloro che in qualche occasione hanno chiuso un occhio e, a volte, entrambi. E sì, perché noi eravamo precoci, per tradizione, per sopravvivenza, o forse perché erano queste le sole spavalderie che potevamo permetterci. Fatto sta che la macchina l’abbiamo guidata già da quando eravamo in fasce.

La mia 850 è un mostro, o perlomeno a me così sembra. Io, invece, sono un marmocchio. Temo le forze dell’ordine, ma la voglia di scorrazzare in lungo e in largo per paesi e campagne limitrofe batte la paura. Rischio parecchie volte e quando da lontano intravedo una sagoma scura, una macchia sospetta, il cuore mi batte forte. Poi mi avvicino e mi accorgo che sono i carabinieri con la loro inconfondibile volante. Per fortuna c’è sempre la stradina secondaria che mi salva. Mi ci infilo e aspetto, già so che dopo un po’ terminerà il posto di blocco, succede sempre così.

Passa qualche anno, cresco con il miraggio della patente. Aspetto con ansia i diciotto anni e in attesa continuo a fare l’eroe. Alla guida sono bravo, equilibrato; corro e sgommo quel tanto per sentirmi eccitato, ma fortunatamente mai abbastanza per fare una brutta fine, e quando non c’è nessuno che mi guarda rallento e mi godo il paesaggio.
Finalmente arriva il grande giorno, sono un uomo ora, ho la patente. Adesso le sistemo io le forze dell’ordine, è finita la sofferenza, mi fanno un baffo, per non dire altro. E per settimane passo e ripasso davanti ai carabinieri, per farmi fermare, per fargli vedere che ho la patente e che loro non possono più nuocermi. Ma, come per dispetto, di alzare quella cavolo di paletta non se ne parla proprio. Le provo tutte. Davanti a loro rallento, li provoco anche, arrivo persino a guardarli storto, niente da fare. Un giorno azzardo addirittura una mezza sgommata, ma mi ignorano. Ci resto male, mesi di pedinamenti, io a loro. Si sono invertiti i ruoli, io a caccia di carabinieri, tutti i giorni, ma non c’è verso. È diventata una questione di principio, forse ho la faccia da bravo ragazzo, penso. Io comunque non mi rassegno perché mi hanno insegnato che chi la dura la vince. Quella mattina sento che è la volta buona. Sono uscito a comprare il giornale. Di fronte all’edicola c’è il posto di blocco. Il tempo di un sussulto e mi preparo. Quando i carabinieri alzano la paletta io ho già in mano patente e libretto. Accosto e scendo dalla mia 850 ostentando sicurezza. Poi, senza nemmeno attendere la loro richiesta consegno i documenti e dichiaro: «Marescià, ho la patente!». Il maresciallo dà un’occhiata rapida a documenti e macchina, posa lo sguardo su di me, poi ha un cenno d’intesa con l’appuntato che è con lui. Io, con un sorriso che mi si allarga sul volto, resto in attesa di ricevere i complimenti. L’appuntato inizia a scrivere.
«Ventimila lire, gomme lisce».

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