La prima volta che tentai di uccidere mia madre

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di Paola Lombardi
La prima volta che tentai di uccidere mia madre, fu anche l’ultima. È il mio primo ricordo. Avevo poco più di tre anni, eravamo al mare, faceva caldo, eravamo io, lei, la sua frustrazione e il mio rancore sotto un pergolato, all’ombra, ma avvolti dentro la canicola del primo pomeriggio d’estate. Io, ero sul triciclo, lei stava seduta a guardarmi. Con rabbia, pedalai fino al suo piede e pensai di ucciderla investendola con il triciclo, glielo dissi anche, “mamma voglio farti morire”, le investii solo l’alluce e mi misi a piangere, mentre lei mi guardava inorridita, ma in qualche modo addolcita.

Mi misi a piangere e non so ancora, dopo molti anni, se perché avessi fallito la mia impresa o se per il rimorso di quello che avevo ipotizzato di fare. Forse, per tutte e due le ragioni. Imparai quel giorno la linea di demarcazione tra il bene e il male, una linea sottile e labile come una folata di fumo. Negli anni, io, mia madre, il mio rancore e la sua frustrazione siamo cresciuti. Abbiamo alimentato le nostre divergenze e le abbiamo guardate mentre prendevano il largo, portandoci lontano, ma sempre troppo vicino.

Il nostro, non è mai stato un dialogo, semmai una guerriglia sentimentale condotta sul limitare di una trincea immaginaria. Fino a quando non ho smesso di mangiare. Molto lentamente, quasi di soppiatto, come un gatto che tende l’agguato, ho smesso di mangiare. Ingoiavo qualcosa, ma sempre meno nelle quantità impiegando un tempo sempre più lungo. Nessuno sembrava essersi accorto di nulla. Mi riflettevo nello specchio provando ogni giorno una eccitazione maggiore. Ogni osso che faceva capolino da sotto la pelle era per me motivo di orgoglio. Meno mi nutrivo e più mi sentivo pacificata. Un’euforia senza precedenti mi invadeva e tutto quello che accadeva intorno a me non aveva alcuna importanza. Nemmeno mia madre.

Il suo silenzio avrebbe dovuto insospettirmi. In quei mesi avevo la sensazione che per mia madre non esistessi. Mi illudevo di essere diventata trasparente. Non sentivo nessuna rabbia, non provavo nessun rancore. Ogni chilo di peso in meno mi liberava del bagaglio di frustrazione che mi ero sempre portata dietro. Ero una suicida inconsapevole, ma nessuno sembrava accorgersi di me. Fino a quando non tornammo al mare. Nella canicola estiva sotto il pergolato ormai secco incontrai lo sguardo di mia madre e provai un brivido di vergogna. Mi scrutò con freddezza, mi sembrò che prendesse le misure per qualcosa. Si avvicinò alla tavola imbandita e prese un vassoio pieno di verdure lesse.

Lo tenne in equilibrio con entrambe le mani sollevandolo fin quasi sopra la propria testa e all’improvviso me lo scaraventò addosso. Mi colse alla sprovvista ferendomi alla spalla. L’impatto fu violento e provai un dolore intenso. Mi sentii gelare mentre il vassoio andava in frantumi. Riuscii a cogliere le parole di mia madre che si allontavana “non mi fai pena”. Non mi fai pena. Sembrava una sfida e all’improvviso desiderai tornare indietro. Tornare indietro da quel lungo e folle viaggio nella mia fame. Tornare indietro fino a stringere la mano di mia madre.

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