La fine delle cose

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Io ho sempre avuto paura del vuoto. Non posso dire di soffrire di vertigini o di avere il timore di cadere. No. Non è così, non è questo quello che sento. Ho sempre avuto paura del vuoto e la paura è un desiderio o il motore del desiderio, riconosco la paura quando l’istinto prevale sulla razionalità, un richiamo perduto in una notte remota, una notte che non ho mai vissuto, una notte che ha l’odore del sangue e il rumore del fuoco, il sapore della lotta e la sconfitta della tregua. Di tutto questo è fatta da sempre la mia paura del vuoto. Fin da bambino avevo desiderio di affacciarmi da una finestra, guardare in basso, e poi distogliere lo sguardo, tornare al mio piano di visuale, cercare un qualunque oggetto e poi, sospendere le mani oltre la soglia, oltre la balaustra, di là dalla ringhiera e lasciare cadere l’oggetto.

Assistevo estasiato e terrorizzato a quella caduta, quel lento volteggiare senza gravità, in un fotogramma rallentato, leggero, il peso che si trasformava in una sensazione primaverile, e poi, il tonfo, quel richiamo violento alla realtà delle leggi della fisica, quell’oggetto che cade, che colpisce il terreno, la strada, l’asfalto, l’oggetto che si infrange in mille porzioni piccolissime e muore, per sempre. Perdevo tra le dita delle mie mani la speranza che sprofondava nel vuoto, ecco allora la mia paura, quel dover perdere, quell’inutile sacrificio a cui costringevo oggetti e cose che non mi appartenevano se non in quel momento, in quell’istante in cui li smarrivo.

Mi annidavo in quella sensazione di perdita, come perdessi un pezzo di me ogni volta per ritrovarmi più leggero, alle porte della libertà. E adesso che ho tutto alle mie spalle, sono prigioniero della mia aspirazione alla libertà. Non ho mai avuto paura di niente, soltanto del vuoto. Stavolta, però, ho avuto anche timore di dover perdere. Della sconfitta. Di dover rinunciare. A cosa però? E’ avvenuto quando io l’ho riconosciuta. Nel fondo dei suoi occhi limpidi il peso della paura di non essere amata mai. Lo sguardo dell’attesa. Lei era la mia paura del vuoto. Dovevo perderla. Era l’oggetto che avrei sospeso sul vuoto e lasciato cadere e nel lento volteggiare del suo corpo avrei riconosciuto la paura. La mia.

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