La battaglia di Caporetto secondo Stracciamore

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Il professor Ciro Stracciamore si presentò in classe con un calzino di un colore e uno di un altro. Se ne accorsero i suoi alunni che iniziarono a ridere a crepapelle, ma il professore si mostrò sicuro, accoppiare i calzini non rientrava nelle sue priorità. Nel mettersi a proprio agio si tirò il lembo della giacca da cui fuoriuscì l’etichetta con la taglia e il prezzo. Stracciamore rivolse un rapido sguardo alla classe per accertarsi che nessuno l’avesse visto, gli seccava perdere ulteriore tempo.

Nel momento in cui si apprestava a spiegare storia, il bidello bussò alla porta ed entrò. «Professore, la preside ha detto se va da lei!». Stracciamore si avviò sbuffando verso la presidenza lasciando il bidello in balia di quei discoli, i cui schiamazzi si propagarono in un attimo lungo il corridoio. «Che vuole questa adesso?», farfugliò. La preside chiese spiegazioni circa la riunione con i genitori di qualche giorno prima. Le era stato riferito da fonti ufficiali che, mentre i genitori facevano la fila per parlare con i docenti, Stracciamore, madido di sudore, giocava a biliardino con alcuni alunni presso il bar di fronte la scuola, tanto che dovettero mandarlo a chiamare. «È vero professore?», chiese la preside oramai rassegnata. «Sì, però mancava poco alla fine della partita», rispose lui. «Professore, non mi metta in difficoltà, per favore. A volte esagera, io sono un dirigente, non lo dimentichi!».

Stracciamore, mentre si avviava per tornare in classe disse: «Lei lo sa che a me non piace fare chiacchiere. Quando un metodo non funziona bisogna cambiare. Ho ereditato una classe di asini, come li avete etichettati. Ma non esistono gli asini, i ragazzi sono tutti intelligenti, bisogna saperli prendere». Stracciamore si avviò lungo il corridoio senza salutare. La preside dovette ammettere che, in effetti, nessuna classe aveva fatto progressi come quella di Stracciamore. Uscì di corsa dal suo ufficio intenzionata ad assistere alla lezione del professore. Accelerò il passo, il tempo di raggiungerlo e togliergli il foglio che gli avevano appiccicato dietro la schiena con la scritta “Asino chi legge”. Per Stracciamore che ci fosse o no la preside cambiava poco. Senza indugio iniziò a spiegare storia, “La battaglia di Caporetto”, per la precisione.

«Le forze austro-ungariche e tedesche sono pronte. Anche l’esercito italiano è schierato. Siamo nella Valle dell’Isonzo, sono le ore 2.00 del 24 ottobre 1917. Prende il comando il generale Luigi CADORNA.
Che figura di me..a!».
Quest’ultimo passaggio non era sui libri in quanto si trattava dell’esclamazione spontanea di Stracciamore che suscitò l’ilarità di tutta la classe, preside compresa, sebbene fosse evidente lo sforzo di contenersi. Poi il professore rientrò in sé e continuò con la spiegazione, quella ufficiale. «L’esercito nemico percorse, in soli due giorni, 18 chilometri catturando 150 ufficiali, 9 mila soldati e perdendo appena 39 uomini. Essa rappresenta la più grave disfatta nella storia del nostro esercito, tanto che ancora oggi, quando si vuole indicare una sconfitta senza appello, si usa il termine Caporetto». È da questo punto in poi che finita la storia, il professore riprese la sua interpretazione. C’era un silenzio profondo in classe, gli alunni pendevano dalle labbra del professore. Sapevano che la lezione era giunta al momento cruciale. Stracciamore era eccitato e affondò il colpo. «Pare che gli ufficiali tedeschi, euforici per la brillante vittoria, scherzarono tra di loro lasciandosi andare a previsioni per la successiva battaglia. Addirittura, non ci è dato sapere se per prendere in giro gli italiani o per imparare la loro lingua, provarono ad esprimersi in uno stentato italiano. Quell’italiano, per intenderci, che nella pronuncia trasforma la t in d. Quando seppero che Cadorna era stato sostituito, cercarono di informarsi su chi fosse l’erede. Il comandante tedesco si fece nuovamente serio, aveva bisogno di recuperare la concentrazione. L’euforia cedette il passo alla preoccupazione perché l’esperto militare sapeva che in battaglia si può anche perdere. Gli chiesero chi avesse voluto contro. Lui scrutò la vallata in tutta la sua estensione, lasciò scivolare lo sguardo sulla linea dell’orizzonte e disse:
«Speriamo CA DORNA».

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