In fondo ero un’estranea

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Era un lunedì, primo giorno di primavera. Due fattori che porterebbero a pensare a una pagina bianca e invitante su cui scrivere liberamente un nuovo inizio, un nuovo sogno, una speranza. Quel giorno, invece, era semplicemente il giorno del concorso docenti, quello che molti colleghi – compresa me, per qualche verso – aspettavano da anni. Appena arrivata davanti all’edificio scolastico in cui avrei dovuto sostenere la prova, ho visto a occhio e croce una ventina di persone, quasi tutte di sesso femminile: accenti diversi, gesti di agitazione, fogli sventolati nervosamente, come ad affettare l’aria e libri in mano. Per un attimo, sono tornata indietro di otto anni, quando ero una spensierata studentessa universitaria e, dal corridoio, attendevo con ansia e trepidazione di esser chiamata per sostenere l’esame. Il fatto curioso, però, era che, a differenza degli anni universitari, tutta questa ansia, almeno io, non ce l’avevo. Sarà stato perché consapevole di aver studiato ben poco, sarà stato per qualche altra strana ragione, o forse perché aspettavo un bambino e, nella mia testa, c’erano pensieri e aspettative non paragonabili a un test a crocette. Ero poi consapevole che la mia capacità di concentrazione fosse pari a zero e, tra nausee e insonnia, credo che in quei giorni non fossi in grado di distinguere tra sogno e realtà. In quella circostanza, probabilmente anche perché c’era un bel sole, io stavo bene: non avevo voglia di parlare con nessuno, perché sapevo bene che, se avessi scambiato anche solo una sillaba con qualche collega, mi avrebbe trasmesso preoccupazione, piccole ansie e cose del genere. Stavo bene, invece, nel mio contesto di lassismo che non era noncuranza, piuttosto si sarebbe potuto definire uno status di calma nutrito da un meccanismo di autodifesa. Mentre, pensierosa, con le mani infilate nelle tasche del giubbino, camminavo avanti e indietro guardando la mia ombra sull’asfalto tiepido accanto a un gruppetto di cinque o sei ragazze che chiacchieravano, uscì dalla scuola una signora bassina, magra, con i capelli corti e grigi, gli occhiali spessi e dei fogli in mano: doveva essere la segretaria. Nel giro di un secondo, tutti ci avvicinammo alla tipa, in quanto era chiaro dovesse comunicarci qualcosa.

Buongiorno. Abbiamo avuto un problema con il sistema, il tecnico sta cercando di risolvere. Si tratta di attendere qualche minuto in più. Vi chiameremo non appena si risolve. –
All’unisono, ci siamo guardati tutti: inutile descrivere il fastidio che ho letto negli occhi di chi mi stava accanto, imprecazioni varie pronunciate a denti stretti e tanti occhi rivolti per pochi secondi al cielo. Io stessa ero infastidita, sia per il tempo che avrei impiegato per tornare a casa, sia per il fatto che dovevo fare una pipì allucinante. Mi avvicinai alla segretaria, prima che girasse i tacchi e rientrasse.

Scusi, è possibile usare il bagno? –
Quasi subito, mi accorsi, con la coda dell’occhio, che una ragazza mi si affiancò, facendo la stessa richiesta e reggendosi il ventre. Il tempo di voltarmi completamente e notai che aveva una pancia molto più grande della mia: doveva essere arrivata in quell’istante, perché prima non l’avevo notata. La segretaria ci sorrise e ci fece entrare a scuola, indicandoci il corridoio da imboccare per il bagno. Trovandoci davanti al grande specchio a guardare la nostra immagine riflessa mentre ci lavavamo le mani, notai che la ragazza sembrava davvero buona e timida e mi accorsi di quanto fossero belli e grandi i suoi occhi. I capelli erano castani, legati all’indietro con un mollettone marrone. Portava un maglioncino beige, dei pantaloni neri e una casacca, sempre nera, che fasciava malamente il suo pancione: sembrava una bella anguria matura.

Siamo compagne/colleghe di pancia.
Osai fare questa battuta che, in altri contesti, avrei giudicato triste e banale. Mentre pensavo a ciò, abbozzai un mezzo sorriso e mi asciugai le mani.

Sì, è vero! Io sono entrata da poco nell’ottavo mese e tu?
Aveva anche un bel sorriso e bei denti. Non so se fosse la primavera, ma mi trasmetteva serenità, freschezza e profumo.

Sono entrata nel quarto. Maschietto o femminuccia?
In quel momento pensai di non riconoscermi. Ho sempre detestato quelli che fanno domande del genere, quelli che usano luoghi comuni. Anche il fatto di chiedere il sesso con un sorriso dolciastro, usando i vezzeggiativi, tempo prima mi avrebbe fatto venire un attacco diabetico. E invece, in quel momento, mi sentivo me stessa.

Maschietto. Tu? Già lo sai? –
Mentre mi parlava, si accarezzava la pancia con fare fiero e protettivo insieme, come se stesse comunicando con il suo bambino e stesse dicendo: sì, sto parlando di te. Oltre ad essere il protagonista del mio cuore, in questo momento sei il protagonista del mio discorso, perché tu sei importante.

In realtà, non lo so ancora. Attendo la prossima ecografia.
Liete e apparentemente spensierate – perché avevo la sensazione che anche lei fosse tranquilla e decisamente non in ansia per la prova che avremmo affrontato di lì a poco, sistema permettendo – tornammo fuori e, senza comunicare, ci trovammo d’accordo a sederci, come meglio riuscivamo, su un muretto al sole, non lontano dall’entrata.

Io sono Antonella. Tu? –
Mi sembrò giusto presentarmi.

Mi chiamo Concetta. Allora, Antonella, come ti senti? –
Tante volte, in quei mesi, avevo risposto a domande del genere e, ormai, anche involontariamente, avevo preparato un repertorio in cui parlavo di insonnia, nausee, sbalzi d’umore, felicità incontrollata, pianti improvvisi e immotivati, attacchi di fame e sensazione di essere un ammasso di lardo che rotola. Provai, quindi, a descrivere il mio status in questo modo e lei scoppiò a ridere quando nominai il lardo.

È la stessa cosa che provo io, soprattutto in questo trimestre di gravidanza. Più vai avanti e più è peggio, ma presto ci farai l’abitudine, non ti preoccupare. –
Annuii scegliendo il silenzio. In fin dei conti, a livello di gonfiore, lei stava messa peggio.
Concetta continuò.

Quello a cui non ti abituerai mai, invece, è il pianto improvviso e immotivato. –
Si fece seria e prese dalla borsa la sua bottiglietta d’acqua. Approfittando di questa pausa, bevvi anch’io.

Anzi, a volte tanto immotivato non è. –
Dopo i sorsetti d’acqua che aveva dato, la sua voce sembrava più chiara, quasi più fresca, ma nascondeva un po’ di malinconia che pochi avrebbero colto. Io la colsi. E avevo ragione.

Sarà che siamo più sensibili, Concetta. Ci tocca tutto, ci infastidisce ogni cosa e allora abbiamo la lacrima facile. –
Lei deglutì le sue emozioni. In fondo, ero un’estranea: sarebbe stato ridicolo scoppiare a piangere davanti a una sconosciuta che poteva tranquillamente essere una psicopatica, una pazza fuggita da un manicomio e ora travestita da docente precaria incinta solo per assecondare i suoi istinti malati.

Sì, d’accordo, siamo più sensibili. Ma secondo me conta molto chi hai al tuo fianco. –
Non capii subito dove volesse arrivare, ma d’un tratto ebbi un’illuminazione: Concetta non era felice, si sentiva sola, o forse sola non era, ma era come se lo fosse stata. Quante volte leggiamo che ci si può sentire soli anche se si è in una stanza di cento persone? Forse era il suo caso, o forse stavo viaggiando troppo con la fantasia, come capita spesso a chi scrive. Decisi, pertanto, di darmi una calmata e di stare in silenzio, in attesa che lei continuasse a parlare: avrei così scoperto se avevo ragione o torto. Sembrava, però, non essere intenzionata a continuare. Sbruffava, guardava l’orologio e ora non sorrideva più. Forse aspettava che facessi io un passo per riprendere da dove si era fermata. Mi decisi.

Contano le persone che ci stanno affianco. Intendi quelli con cui viviamo? –
Riprese subito a parlare. Evidentemente aspettava che interagissi.

Sì, esatto. Vedi, io vivo col mio compagno. –
Mi raccontò tante cose e provai una tristezza enorme, non so se amplificata dalla mia gravidanza, alimentata dal fatto che io stessa mi sarei potuta trovare in una simile situazione e quindi, le sensazioni che mi raccontava, mi sembrava di provarle sulla mia pelle. Sua madre viveva nella sua città, ma era un tipo strano, amante della sua libertà, dei suoi ritmi e le stava vicino ben poco; suo padre, separato dalla madre, viveva in un’altra città e dire che lo vedeva una volta al mese era tanto; suo fratello lavorava all’estero e gli altri parenti erano sparsi per l’Italia. Che Concetta si sentisse sola era un fatto davvero fondato. Viveva con un uomo poco più grande di lei, un bravo ragazzo, a suo dire, ma molto distante. Un ragazzo che un anno prima l’aveva tradita e lei lo aveva perdonato. Un ragazzo che vedeva solo la sera quando tornava dal lavoro. Un ragazzo che non organizzava più nulla per lei, che non le chiedeva come stesse, che non la chiamava mai durante il giorno.

In fondo ha un negozio di ferramenta, ha il telefono sempre a portata di mano. Non credo ci siano clienti ad ogni minuto della giornata. Molte volte sono io che lo chiamo per sapere come sta lui, poi chiudo la chiamata e mi sento una vera idiota. –
Forse Concetta si sentiva davvero un’idiota. Probabilmente si vedeva proiettata alla tv, come se fosse stata il personaggio di un film che si comporta in tal modo. Lei, appollaiata sul divano nella posizione migliore che non la facesse sentire scomoda, avrebbe imprecato contro quel personaggio, pronunciando contumelie o dicendo frasi del tipo: ma sei scema? Ma lo chiami tu? Tu sei incinta, cavolo! Lui non ti degna di attenzione. Togliti quei prosciutti dagli occhi e vattene! Già. Probabilmente Concetta avrebbe detto così a quel personaggio, ma ora, nel film della sua vita, la scema era lei e lei stessa ne era consapevole, ma si sentiva inerme e incapace di fare qualsiasi cosa. E non era solo per via della gravidanza, questo lo ribadì più volte.

Non credere che io sia così solo perché sono di otto mesi. Antonella, io lo sono stata sempre. Ho letto da qualche parte che conta molto il rapporto che hai avuto con i tuoi genitori, come ti hanno educata, le attenzioni che ti hanno dato. Bene, in casa mia ci sono sempre stati problemi, mi sentivo trascurata e ora, a quanto pare, soffro di dipendenza affettiva. –
In tutta sincerità, io non seppi cosa dire. A tratti, ebbi la sensazione di essere una sua vecchia amica, legata a lei da un sincero rapporto lungo una vita, ma poi ci ripensai: il più delle volte, ci si sfoga in maniera limpida e sincera più con gli estranei, che con le persone che vediamo spesso. Un tizio incontrato casualmente in treno durante un lungo viaggio, al parco su una panchina. Cerchi di evitare, invece, di aprirti con chi conosci perché, in qualche modo, ti vuoi proteggere.

Posso? –
Abbinai al ‘posso’ il gesto della mia mano, in procinto di poggiarsi sulla sua pancia; ebbi tale accortezza perché io stessa, a volte, ero infastidita da chi, senza chiedere, mi toccava la pancia: lo consideravo un gesto invadente e mi innervosivo.

Certo che puoi. –
In quel momento, mi sentii schifosamente fortunata per avere al mio fianco un uomo presente, una famiglia unita e tante attenzioni. Quasi mi vergognai di averle parlato dei miei pianti immotivati. Per questo, decisi di dirle tutto ciò che sentivo. Le dissi che lei non sarebbe mai più stata sola, che una donna non è mai più sola da quando scopre di essere incinta. Le dissi che gli uomini hanno dei grandi limiti rispetto a noi.

Concetta, noi siamo infinite, profonde, magiche. Noi siamo forti e siamo capaci di regalare al mondo una vita, tra sangue, grida di dolore, vomito e non solo. Ce lo vedi un uomo a partorire?
Scoppiammo a ridere entrambe e fui felice di rivedere quei denti bianchi e perfetti che avevo visto in bagno. Improvvisamente, tornai seria.

Gli uomini se ne possono andare sempre, così come possiamo lasciarli noi perché non siamo più felici, questo è certo. Ma un figlio… i figli restano e resteranno per sempre. Saremo sempre le loro mamme, qualunque cosa accada.
Mi feci promettere che avrebbe trascorso quell’ultimo mese di gravidanza in maniera serena, senza elemosinare attenzioni dal suo uomo, che avrebbe parlato al suo bambino per tranquillizzarlo e per fargli sentire che la mamma stesse bene. Mi feci poi promettere che ci saremmo sentite e ci scambiammo i numeri.
La verità è che non ho mai più sentito Concetta. Non so se sbagliai io a registrare il numero sul telefono (c’era molto sole e il display si vedeva un po’ male), oppure se fosse stata lei, quel giorno, a darmi il numero sbagliato perché ci si sfoga benissimo con gli estranei proprio per il fatto che non si vedranno mai più. Paradossalmente, mi piace credere a questa seconda opzione. Spero che lei e il suo bambino stiano bene, mi auguro di averle dato la forza di cui aveva bisogno, di averle fatto sentire che non sarà mai più sola.

Foto di Marjon Besteman da Pixabay

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