Il sentiero dell’esistenza

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di Gabriele Langiano

Il tempo, sarà lui a cancellare le nostre tracce come il vento spazza via le foglie arse dal gelo in una serata di tardo novembre.

Come una polveriera esplode il grido di solitudine dell’ultima cicala ed implode l’ultimo raggio di sole, straripa il fiume; inonda di speranza il raccolto del divenire.

Illuminato dal candore delle nubi prossime alle lacrime, se ne sta muto l’airone pescatore, con un guizzo, sistema il becco ed afferra la ghiotta trota in cerca di sazietà sul fondale viscido del fulmineo torrente.

Il cane, il caro compagno dello stento pastore, di anima parca sorveglia il gregge, ma impazzisce alla generosa offerta di un tozzo di pane. Irrigidite, non più giovani, se ne stanno le chiome che ornavano le folte fronde, nell’attesa di essere calpestate dal macigno del piede dell’uomo; che tutto può, a cui nulla sfugge, ma che poco ama.

Solitario, il bambino nell’ultimo miglio del rivo, si rivolge ad oriente e si illumina gli occhi delle raganelle spensierate, poi si volta ed, un’oca starnazzante, li riempie la visione; irrequieto ora è il suo battito, non un’altra volta una figura così gaia alla vista, ma subdola e di mala irriverenza può intralciare il sentiero che mira alle pietre opache scolpite dall’erosione del tempo.

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