Il colloquio

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di Paola Lombardi
“Va bhe… e allora?”, schioccando la lingua, come fosse un intercalare, l’uomo al di là della scrivania mi guarda con i suoi occhi arrossati e le labbra sottilissime. Non registro immediatamente la sua domanda. Mi guardo le unghie delle mani appoggiate sul lembo del tavolo. Mi sento sotto esame, anzi peggio, mi sento già scartata. Sollevo lo sguardo, l’uomo abbozza un sorrisetto ironico, e ribadisce: “E allora?”.
Io riabbasso lo sguardo e gli chiedo a bassa voce: “E allora… cosa?”.
“Senta, non mi faccia perdere tempo. Lei mi ha appena detto che ha un master in comunicazione pubblica e istituzionale e io le sto chiedendo perché me lo ha detto. A me non serve una persona che sappia qualcosa di comunicazione. Nemmeno istituzionale. Insomma, le sto chiedendo perché mi ha detto una cosa che qui non serve”.
Mi sta sgridando. Torno ad abbassare lo sguardo. Con una voce flebile che non sembra nemmeno la mia rispondo: “Fa parte della mia formazione, volevo che lo sapesse. Tutto qui”.
“Va bene, va bene. Senta non perdiamo tempo. Lei non è la persona che serve qui dentro. Mi serve un addetto al magazzino. Lei non va bene”.
“Aspetti, mi faccia provare”, lo sto pregando e me ne vergogno.
“Andiamo, qui non si fanno opere caritatevoli. Se ne vada”.
Mi alzo, mi sento tremare le gambe. Quell’uomo è orribile. I suoi occhi arrossati mi danno ai nervi. Mi alzo e mi avvio per andarmene. Esco dall’ufficio camminando molto lentamente e intanto penso che dovrebbe esserci un po’ di giustizia da qualche parte. Mentre vado verso il parcheggio per riprendere l’auto, sogno ad occhi aperti che l’azienda sia una copertura per un traffico di armi e droga e che il titolare, quell’orribile uomo che mi ha messo alla porta, venga arrestato. Penso che da qualche parte debba esserci un pizzico di giustizia. Mi siedo in macchina, accendo il quadro. La vettura ha un sussulto prima di mettersi in moto, ma per fortuna parte. Supero il cancello elettrico e mi avvio sul viale d’uscita e in quel momento incrocio due volanti a sirene spiegate dirette verso l’azienda. Sorrido nello specchietto retrovisore immaginando di assistere all’arresto del titolare nei tg della sera.

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