Il circo più bello del mondo

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C’è un insolito via vai di gente davanti alla chiesa del mio paese. È un gran vociare. Alcune persone maneggiano con maestria tubolari, pannelli e tende. Noi bambini siamo curiosi, le novità, poi, ci mettono allegria. Chiediamo informazioni. È arrivato il circo, ci dicono. È la prima volta che lo vedo da vicino, così pure la maggior parte dei miei compagni. È venuto al momento giusto, le giornate sono lunghe e l’estate è nel viso luminoso dei paesani. Il mio paese risplende di luce propria, ma noi fremiamo, siamo disposti a rinunciare alle magnifiche pedalate in bicicletta e alle interminabili partite a pallone purché arrivi presto la sera. Non una sera qualsiasi, ma quella del primo spettacolo.

Dalle case più lontane delle nostre contrade si sono incamminati a piedi i primi anziani, adulti e bambini. Lungo la strada si sono aggregati tutti gli altri e l’allegra comitiva ha raggiunto chi già attendeva davanti alla chiesa. Ci sono anche i turisti stranieri che una volta tanto non hanno bisogno di inventarsi la serata. Trattengo il fiato, il circo mi sembra grande, anche se non ha il recinto. Ci accomodiamo all’aperto su sedie di plastica. Di tanto in tanto se ne spezza qualcuna, ma non succede nulla, tutti ridono. Qualcuno ci tiene a spiegare che la sedia si è rotta perché era cotta dal sole, ma io non capisco. Non importa perché si alza il sipario. Cioè, non proprio il sipario. C’è solo una striminzita tenda davanti ai nostri occhi dalla quale usciranno gli artisti. Il mago Tofani e la sua partner aprono la serata tra gli applausi scroscianti. Mi guardo attorno e mi accorgo, però, che la vera magia è vedere riuniti nella gioia i miei genitori, i miei nonni, mio fratello più piccolo, tutti gli amici e i loro cari e tutti i vecchietti del paese. Cirillino, coadiuvato dalla moglie, fa il pagliaccio per sopravvivere e noi ridiamo a crepapelle. E poi i trapezisti, senza rete di protezione, con il cuore che ci batte per la paura… Aspettiamo gli animali, ma l’unico animale è il simpatico cagnolino che accompagna una bambina dai capelli biondi a caschetto e dagli occhi azzurri. Il numero consiste in un paio di giri del cagnolino intorno alla pista, per poi tornare dalla sua padroncina camminando sulle zampe posteriori e con quelle davanti protese verso di lei come per abbracciarla. Poi la bambina gira con un piattino per le offerte. Uscirà di nuovo poco dopo invogliando tutti a comprare i pop corn. Non so esattamente quanti numeri facciano e quanto impieghino, ho la sensazione che il tempo si sia fermato. E le sere successive sarà di nuovo così, saremo sempre noi, sarà sempre lo stesso spettacolo.

Mia nonna mi ha dato una pagnottella di pane da portare agli artisti del circo. Sono un privilegiato, ho l’occasione di vederli da vicino. Esco con l’afa del primo pomeriggio accompagnato dal suono delle cicale. Arrivo e scopro cosa c’è dietro la tenda. Un camion, un’auto, una roulotte, un tavolo e qualche sedia sgangherata. Poi quattro adulti equamente assortiti tra maschi e femmine. Vedo pure la bambina e il cagnolino. Mi chiedo dove siano gli altri, poi mi dicono che Cirillino, oltre al pagliaccio, fa anche il trapezista e io ci resto male, come quando mi hanno detto che Babbo Natale non esiste e la Befana è la mamma.
Il circo va via ora, lo sostituisco prima con il dispiacere, poi con il ricordo. So che mai più rivedrò il circo più bello del mondo, ma so anche che nel mio cuore nulla di ciò che è bello manca.

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