Ricordo d’estate

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La presentazione è fissata per le 18.30, il paese è Sant’Agata di Puglia, i chilometri da percorrere sono circa duecento. Lì dovrebbero esserci Paola e Antonio, se Facebook non mente; la prima con il libro di poesie di cui è l’autrice, il secondo con la sua inseparabile macchinetta fotografica. Ci siamo sentiti telefonicamente e ho augurato loro i migliori successi con l’idea di stare un po’ insieme il prima possibile.

Sant'Agata di Puglia - foto di Antonio Nardelli
Sant’Agata di Puglia – foto di Antonio Nardelli

È tempo di ferie, pochi giorni in agosto da gestire con oculatezza. C’è spazio per una bella sorpresa, improvvisa come tutte le sorprese.

Partiamo. Io e Anna, con noi i nostri figli Barbara e Aldo.

Superiamo i tratti di autostrada a noi familiari. Percorriamo poi la Telesina, un autovelox piazzato ogni cento metri per fare cassa. Spero non con me; lo scoprirò nei giorni che seguiranno, cogliendolo dallo sguardo del postino che consegnerà le sue scartoffie. A cinque chilometri circa dall’uscita per Grottaminarda in provincia di Avellino, la nostra auto emette un rumore forte, secco, come quando si toglie il tappo di sughero dalla bottiglia. Perdiamo velocità, io accelero ma camminiamo piano. I miei figli mi avvisano del fumo che già sta invadendo l’abitacolo. Per forza d’inerzia supero una galleria e all’uscita accosto. Dal senso inverso un giovane inserviente dell’autostrada scende dal suo furgoncino e ci parla; ma il rumore degli altri mezzi copre la sua voce, così salta dalla parte nostra con una mossa azzardata. È un tratto di strada molto pericoloso, dobbiamo stare in macchina. Ci informa anche che ci sono le telecamere. Mi colpisce la sua disponibilità. Mi chiede di mettere in moto e io eseguo. “La tua macchina va a tre”, proclama solennemente. Sono frastornato.

“Va a tre? Noi siamo in quattro, magari il conducente non rientra nel calcolo”, penso.

“Comunque piano piano dovresti farcela a guadagnare l’uscita dell’autostrada. Grottaminarda dista cinque chilometri circa. Lì c’è un soccorso Aci, Officina Bruno”. Mi rincuoro un po’, complice anche il nome del meccanico che mi suona familiare. Ripartiamo piano come mi ha ricordato l’inserviente, anche perché più veloce l’auto non va. Dal tubo di scappamento continua a uscire un fumo nero più nero della notte. Qualcuno mi strombazza con il clacson, come se io non vivessi il mio disagio. Mi faccio piccolo nell’abitacolo, soffro per non potermi permettere la mia solita guida sciolta e serena e soprattutto mi preoccupa il fatto che, pur filando tutto liscio fino a Grottaminarda, devo sperare che quel Bruno sia un meccanico bravo, onesto e con i pezzi già pronti. Dopodiché dovremo verificare se l’orario e le condizioni della nostra auto ci permetteranno di continuare per Sant’Agata di Puglia o invertire la rotta per far ritorno a Cassino. Per far riposare un po’ la macchina mi fermo nei pressi di un benzinaio il quale con estrema gentilezza mi conferma che sto facendo bene a procedere per Grottaminarda e che lì c’è Bruno, il meccanico bravo che è diventato già un mito per me. Prima di ripartire mi accenna un sorriso e mi dice: “La tua macchina sta andando a tre”.

“Ah ecco, pure lui… Saranno anche bravi e gentili da queste parti ma comincio a dubitare che sappiano contare”.

A passo d’uomo, seguiti dall’oramai inseparabile scia di fumo nero, raggiungiamo l’uscita di Grottaminarda e appena dopo la famosa officina.

Spengo il motore e scendiamo dalla macchina. Un vecchietto è seduto all’ingresso. Mi fissa e dopo qualche secondo viene verso di me.

“Buon pomeriggio, il signor Bruno?”, gli chiedo.

“Salve, sono io”, mi risponde stringendomi la mano.

“Molto lieto, anche io mi chiamo Bruno”, aggiungo come se da questa coincidenza dipendesse la mia salvezza.

“Io sono Bruno di cognome”, precisa il meccanico.

“Ebbene signor Bruno di cognome, mi hanno parlato in modo positivo di lei e se già come nome, il nostro dico, mi suona bello, di miglior auspicio lo è di cognome. Sono certo che la coincidenza qualcosa vuol significare e che nulla è per caso”.

Mi guarda perplesso, facendomi chiaramente intendere che per i suoi gusti ho fatto già troppe chiacchiere.

“Comunque io mi chiamo Roberto. Alza il cofano e metti in moto!”

Sono fiducioso, è passato al tu in un amen, siamo entrati subito nel vivo dell’operazione. Sembra che sappia il fatto suo. In una frazione di secondo estrae un pezzo di tubo che il tempo ha reso obsoleto. “Si è rotto il tubo intercooler”, mi avvisa.

“Dove si è rotto il tubo?” Lo penso ma non lo dico, il tempo mi ha reso meno frivolo, non c’è più spazio per la battuta, ma spero vivamente che io non l’abbia preso proprio in quel posto lì. Nel frattempo arriva un altro Bruno di cognome, il figlio del meccanico per l’esattezza. Confabulano per qualche secondo poi il papà si allontana con la sua macchina. “È andato a recuperare un pezzo di tubo per fare un manicotto. Se riusciamo sei salvo, altrimenti non possiamo fare niente. Il pezzo nuovo non lo abbiamo”. Poche parole ma concrete. Tale padre tale figlio.

Anna, Barbara e Aldo, loro sì che vanno a tre, raggiungono su mio suggerimento un bar nei pressi. Nel frattempo i due meccanici stringono con cura le fascette e poi il figlio va a provare la macchina. Tornano i tre dal bar e, rifocillatisi, mi dicono che è gestito da una signora simpatica e cortese. La macchina va bene secondo loro, o proseguo per Sant’Agata o torno per Cassino è la stessa cosa, sempre di camminare si tratta. Ringrazio e pago. Trenta euro. Salutiamo e ripartiamo rigenerati.

Un casellante ci indica la strada, e qualche chilometro dopo troviamo una distesa di pale eoliche; un vecchietto ci conferma che il paese sopra è proprio Sant’Agata. Arriviamo giusto in tempo. Ci sediamo sulle gradinate tra persone che non conosciamo. I relatori sono pronti, mancano solo i nostri due amici.

In verità ho già assistito alla presentazione del libro a Cassino, ma osservare il mondo da una piazzetta gremita e calorosa, al cospetto di relatori che tanto hanno aggiunto a ciò che già sapevo, è un’opportunità che ho fatto bene a concedermi. Mi basta rileggere la gioia negli occhi di Paola e Antonio non appena ci scoprono tra il pubblico. Poesia pura, che quando non la capisco mi faccio cullare dal suono dolce delle parole. Finisce tra baci e abbracci. Qualcuno, appurate le nostre vicissitudini, ci prende per pazzi. Lontano da casa mi guardo attorno e mi chiedo chi siamo.

Specchi, come il libro di Paola, riflettiamo ciò che ci portiamo dentro.

Ci chiedono di restare per qualche giorno, sono contenti anche i loro zii del nostro arrivo. Accolto come principe, trattato come re. Una buona pizza, un boccale di birra, un tagliere. Un cornetto appena sfornato e tra i vicoli l’odore di caffè. Un castello maestoso avvolto in un silenzio carico di storia. Tanta belle gente, un paese che ha voglia di essere scoperto.

Sant'Agata di Puglia - foto di Antonio Nardelli
Sant’Agata di Puglia – foto di Antonio Nardelli

Impalato, con lo sguardo fisso ad ammirare il portone d’ingresso della casa natale di Tony Santagata. Dopo anni scopro perché si chiama Santagata, il cantante di cui sentivo parlare i vecchietti del mio paese. Ma tutto passa.

Abbiamo avuto bisogno in ordine cronologico dell’inserviente, del benzinaio, dei due meccanici, della barista, del casellante, del vecchietto di Sant’Agata, di Paola, Antonio, dei loro familiari, dei relatori, dei commercianti e della gente di Sant’Agata. Tutti gentili, disponibili e onesti. E di trenta euro, trenta euro soltanto, alla voce imprevisti del bilancio personale. Il mio meccanico di fiducia di Cassino mi dice che non mi conviene spendere un sacco di soldi per il pezzo nuovo, così come sta la macchina posso andare in capo al mondo.

Il mio ricordo d’estate.

Mi restituisce la certezza che il mondo è ancora il posto di migliore in cui vivere.

La piazzetta della lettura a Sant'Agata di Puglia - foto di Carlo Dalessandro
La piazzetta della lettura a Sant’Agata di Puglia – foto di Carlo Dalessandro
Sant'Agata di Puglia - foto di Antonio Nardelli
Sant’Agata di Puglia – foto di Antonio Nardelli
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