Echinopsis

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Si guarda intorno in cerca dell’acqua minerale. Non ha sete, ma sa di dover bere.
Da quando se n’è andata, è diventato ligio alle sue regole, anche quelle che prima si rifiutava di rispettare, o a cui era sempre stato un po’ recalcitrante.
Tira su un sorso d’acqua, la sente rinfrescargli il palato, fargli il solletico con le sua essenza gassosa, il suo retrogusto minerale.

Da quanto tempo è lì? Si immagina la sua Marta che lo osserva dall’interno della stanza, si immagina di vedere il suo riflesso sul vetro aperto della finestra, il suo sorriso mentre si appresta a dirgli – Vieni dentro, è già così tardi.
Oppure no, Marta si avvicinerebbe, camminando senza far rumore, come faceva sempre, trascinerebbe una sedia sul balcone per sedersi accanto a lui e condividere quell’attesa.

Sì, andrebbe senz’altro così, altrimenti perché gli avrebbe detto, lo scorso inverno, di aspettare e di godere di quello spettacolo anche per lei?
Dovremmo essere in due, e invece eccomi qui, ci sono io soltanto, un vecchio sacco pieno di ricordi e di nostalgia buttato in un angolo, nella penombra del balcone su cui insiste il chiarore artificiale dei lampioni, sfiorato da un refolo di vento leggero e per il momento ancora tiepido, un alito di estate che reca con sé l’aroma indefinibile di questa notte così strana.
Gli ultimi mesi di sua moglie erano stati terribili, sessantadue giorni, per la precisione, da quando erano dovuti correre in ospedale perché le sue condizioni si erano improvvisamente aggravate fino a quello della sua dipartita. Li aveva contati, dopo la sua morte, e aveva voluto sessantadue rose rosse al suo funerale.

Marta adorava i fiori. Aveva trasformato il loro attico in un giardino, passava ore a curare le sue piante, e sembrava quasi che esse percepissero tutto quell’amore, lo ricambiassero con un’infinita esplosione di colori ad ogni primavera.
D’altronde Marta era fatta così. Era nata per amare e per essere amata. Non c’era mai sentore di ipocrisia nelle sue parole, così come non c’era mai ombra di egoismo nelle sue azioni, e chiunque veniva a contatto con lei prima o poi se ne accorgeva. Era impossibile non volerle bene, perché era impossibile non sentirsi amati da lei.

Ogni pezzetto di ogni giorno, gli diceva sempre, è una mollica di pane che lasciamo sul nostro tragitto, c’è sempre qualcuno che la raccoglie e deve indicargli la strada giusta.
Alcide sorride al ricordo di quelle parole e senza accorgersene le pronuncia in silenzio, come se non si trattasse di un ricordo e invece Marta fosse lì e gliele stesse ripetendo ancora una volta.
La sua ecolalia. Lei spesso lo prendeva bonariamente in giro per questo suo tic, diceva che se qualcuno per qualche ragione gli avesse rifilato una sequela di insulti lui glieli avrebbe ricambiati seduta sante e senza accorgersene.
Si era accorto, in realtà, che da quando lei non c’era più, quell’abitudine di ripetere a voce alta le parole altrui si manifestava ogni volta che gli capitava di ripensare a qualcosa che lei gli aveva detto in passato, come se lei ci fosse ancora, come se gli stesse parlando non con la voce dalla memoria ma con voce reale e attuale.
Anche quando immaginava cosa sua moglie avrebbe potuto dirgli in certe circostanze, di fronte a qualche novità o a qualche considerazione che gli capitava di formulare: senza neanche doverci pensare, subito gli si affacciava nella testa anche un possibile commento della sua Marta, magari una di quelle battute fulminanti con cui spesso, durante la loro lunga vita insieme, aveva saputo smorzare i suoi facili entusiasmi o ridimensionare i suoi ingenui slanci di fiducia nel
prossimo. Prendendoci sempre, neanche a dirlo.
E lui ripeteva le parole di lei ad alta voce, anche se erano solo nella sua mente, certe volte instaurando un vero e proprio dialogo, come se Marta avesse potuto ribattere alle sue spiegazioni o alle sue giustificazioni.
Perché per lui quelle parole non erano frutto di immaginazione, sapeva che lei, in qualche modo, poteva ancora comunicare con lui, o almeno dargliene l’illusione, che poi è lo stesso quando il presente è l’unica isola su cui abbandonarsi in un oceano di passato ormai irraggiungibile e di futuro invisibile come la linea dell’orizzonte in un mattino di foschia, come la foschia delle cataratte che aveva cominciato a sbiadirgli la vista.
Alcide fissa la piantina che è davanti a lui. Un piccolo cactus, un esemplare di echinopsis oxygona, gli aveva spiegato un giorno la moglie. Non aveva mai fiorito. Marta aveva atteso per anni che la piantina gli regalasse il suo bel fiore rosato, ma per qualche strana ragione non era mai accaduto.
E poco prima di andarsene, in una fase di relativa lucidità, nel suo letto d’ospedale appena rialzato perché potesse respirare meglio, con un filo di voce lei gli aveva fatto quella confidenza, come se volesse metterlo a parte di un segreto da serbare con cura.
Alcide l’aveva ascoltata e poi le aveva asciugato le labbra, l’aveva accarezzata sulla testa in modo talmente leggero che a lei era sembrato che una nuvola le avesse attraversato i capelli grigi e madidi di sudore, che un sussulto di vitalità l’avesse voluta distogliere per un istante dai pensieri di morte che, malgrado si ostinasse a respingere di fronte ad ogni evidenza, tornavano incessantemente a mulinarle in testa come calabroni ammattiti.
Lui sulle prima non aveva inteso, non aveva compreso di quale pianta Marta parlasse, ma le aveva scorto una luce vera negli occhi, prima che li richiudesse per ripiombare nel suo dormiveglia farmacologico, e aveva capito quanto fosse importante per lei.
Era suonata come una promessa: quest’estate la vedrai fiorire. Io no, ma tu la vedrai fiorire.
Però stai attento, perché durerà solo poche ore.
“E in quel breve tempo sarà come stare di nuovo insieme.” Alcide quell’ultima parte la ripete a voce alta, e dentro di lui la sua voce si confonde con quella di Marta, è un’eco che spaventa e conforta allo stesso tempo.
Da qualche settimana dalla piantina si è sviluppata una specie di protuberanza, lo si potrebbe definire un ramo se non fosse che i cactus non ne hanno. O invece sì? Avrebbe dovuto chiederlo a Marta, ma non è mai capitato. Comunque è da lì che spunterà il fiore, non può essere altrimenti, c’è anche una specie di gemma sulla punta, un apice più colorato che sembra premere verso l’esterno.
Perciò è solo questione di ore. O al massimo di giorni. Pochi, perché l’estate sta per finire e quella che gli ha fatto Marta era una promessa con una scadenza ben definita, e le promesse si rispettano non solo nei modi ma anche nei tempi, o non sono promesse, o non sono impegni ma previsioni.
Ogni notte può essere quella buona, perché è di notte che l’echinopsis fiorisce, e lui ogni notte non manca di starsene lì, sul balcone, in attesa che quell’attesa venga ricompensata .
Certo la sua artrite ne risente, e parecchio, specie quando, a una certa ora, all’approssimarsi dell’alba, parte un venticello d’aria cruda, un soffio sommesso che pare scendere direttamente dalle montagne dove lui e sua moglie hanno trascorso intere giornate tra i boschi, a refrigerarsi di quella beatitudine di odori e suoni e silenzi, con Marta che gli indicava tutti i nomi delle piante, conosceva a menadito ogni specie, sapeva il tempo in cui avrebbero fiorito, e di che fiori, di che colori, di che forme.
Giovanna, la loro unica figlia, ogni giorno gli telefona per dirgli di venirsene al mare, ti veniamo a prendere, gli ripete, è un’ora di macchina, Pietro mi chiede continuamente quando potrà passare un po’ di tempo con suo nonno.
Ma lui ha sempre gentilmente declinato l’invito, adducendo motivi vaghi e fuorvianti (ché la ragione vera deve restare un segreto, è un patto segreto tra lui e sua moglie), anche se un po’ gli dispiace per Pietro, perché forse non ci sarà un’altra estate da trascorrere insieme, forse suo nonno non avrà un’altra occasione ma neanche per questa cosa così importante potrà mai essercene un’altra, ed è troppo, troppo importante.
I vecchi sono cocciuti come i bambini.
E come certi fiori.
Alcide si appisola, capita ogni notte, è inevitabile, russa, anche; a volte i vicini di casa lo sentono, si affacciano e lo vedono, che fa quel rimbambito ancora sul balcone, gli verrà un malanno, ma non ce l’ha una famiglia che si prende cura di lui, non c’aveva una figlia, e un genero, ma perché non se lo portano con loro almeno d’estate, perché lo lasciano a boccheggiare qui in città, con questo caldo?
Lui dorme e si sveglia di soprassalto, sbircia attraverso i suoi occhi acquosi se c’è qualche novità, poi il ronzio dei lampioni, il raccoglimento stordito della notte metropolitana, gli fanno ricadere la testa sul petto, la bocca che si spalanca a incamerare aria, come quella di un piccolo e stanco cetaceo intento a intercettare il plancton invisibile trasportato dalle correnti sottomarine.

E sogna, Alcide. Sogni fatti di ricordi, come sono quelli dei vecchi, sogni che si fanno beffe del tempo, dell’età, degli anni che sono passati e di quelli che non passeranno più. C’è quasi sempre Marta, nei suoi sogni, ed è giovane, è viva, e lo trascina per luoghi sconosciuti, luoghi fatti di tutti i luoghi vissuti insieme, ma scomposti e rimescolati in un mondo
diverso, irreale – eppure così autentico – un continente destrutturato e ricostruito a suo piacimento, dove le cose, anche quelle più incomprensibili, anche quelle più inaccettabili, sembrano avere finalmente un senso o almeno una giustificazione che gli valgano un perdono, gli procurino una redenzione.
Finché qualcosa lo scuote, un richiamo muto alla realtà, una premura inconscia.
Piano solleva le palpebre e in lontananza un barlume d’aurora gli arrossa la vista, gli scalda il sangue ancora rappreso in grumi di memoria e d’incommensurabile nostalgia, gli accelera i battiti del cuore ma senza sussulti, senza angosce, come un motore che progressivamente riprende a girare e ritrova la sua naturale efficienza, e lui riesce a mettere a fuoco, un po’ alla volta e sempre meglio, sempre più nitidamente. E lo vede.
Quanto ha dormito? Un’ora, due, la notte intera?
Non ha importanza, perché adesso l’attesa è finita, quel minuscolo miracolo di vita è lì davanti a lui ed è come se ci fosse sempre stato, perché è come se lo immaginava, come sapeva che sarebbe dovuto essere, come Marta avrebbe voluto che fosse.

Pare l’altoparlante di un piccolo grammofono, di quelli di una volta, di quelli che ricorda di aver visto nelle fotografie virate in seppia in cui suo padre era in divisa e stava per affrontare una guerra da cui non sarebbe tornato, ha petali di farfalla e riflessi marini, una creatura delicata ma forte, ineludibile, un impeto vitale nella gelida oscurità in cui è piombata la sua esistenza.

Vorrebbe toccarlo, ma non ci riesce, non osa. Gli basta contemplarlo, distinguerlo tra le lacrime agli occhi e la mente eccitata di stupore. Sono qui, dice, ed è la voce di Marta a parlare attraverso di lui, e il mondo finalmente si scansa di lato, è un fondale neutro, uno scenario insignificante, il riverbero di una stella perduta.

Foto di 4758900 da Pixabay

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