Eugenio Bennato e il suo viaggio nel ritmo mediterraneo: la musica, Ulisse e il mare dei grandi incontri

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La terra riarsa, il sole che disegna le ombre di colline immaginarie, il frinire delle cicale, il silenzio senza tempo e, sotto il riparo di una tettoia, un uomo che sembra anziano intona un accordo con il solo strumento che ha, la sua voce. Forse è iniziato così, con una scena simile, il viaggio di Eugenio Bennato alla ricerca delle sonorità di una tradizione secolare intessuta di ritmi, riti, mitologie e storie da recuperare.

Quei suoni sono diventati prima che canzone, uno studio che continua, prosegue, va avanti. Perché la tradizione non è fatta per finire sotto una teca, ma per prendere vita, rianimarsi per raccontare di radici e di autenticità.

Dentro le parole e dentro la musica che Eugenio Bennato scrive e compone c’è un filo che intreccia il passato al futuro e tesse la lingua di chi non vince, di chi non insegue nient’altro se non la libertà. Musica popolare, musica folk, musica tradizionale.

Definizioni che non incasellano una ricerca e non esauriscono il senso di un ritmo antico che non ha confini e cerca affinità nei passi di danza e nelle sonorità di lingue che hanno una remota connotazione di umanità. Perché come scrive Bennato in Qualcuno sulla terra: “La storia non è solo storia/ di martiri e di eroi/ ma un piccolo, grande racconto/ che assomiglia a noi”.

Eugenio Bennato a Cassno

Musicista, cantautore, musicologo e cercatore di suoni. Come nasce il recupero della musica tradizionale?

Io ho cominciato a fare questo quando ero ragazzo, a volte vado indietro nel tempo e penso che ero abbastanza, giustamente, folle per fare qualcosa che allora era una follia: fondare la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Amavo la musica rock, la amo tutt’ora, ma la curiosità, che mi auguro anche i giovani di oggi abbiano, mi ha portato a eseguire il compito che ogni nuova generazione deve darsi: andare nei luoghi dove nessuno è mai andato. E io andavo nelle campagne dove non era mai stato nessuno. A distanza di cinquanta anni mi ritrovo i risultati che ho visto stasera nella piazza di Cassino, un concerto che non ha un senso nostalgico, di recupero di qualcosa da museo, ma è energia viva. C’erano delle ragazze che ballavano la taranta. Apro una parentesi: una ragazza che balla la taranta diventa internazionale, può ballarla in tutto il mondo e, nella globalità della world music, quel passo di danza ci mette in circolo e questo solo dieci anni fa non era possibile. In qualche modo ho contribuito a far sì che esplodesse questa grande energia.

Nella sua musica c’è una mitologia del Mediterraneo, è una mitologia che può rigenerarsi oppure è destinata a affievolirsi come un’eco?

Il mito ha anche una capacità di rigenerarsi perché esprime quello che deriva dalla natura, anche dalla natura dell’uomo. È il viaggio, è Ulisse che è un grande mito, è la scoperta, è la conquista, è non fermarsi, non chiudersi e non rinchiudersi. Per questo mi auguro che il Mediterraneo rinnovi la sua energia circolare. Tutto questo l’ho percorso attraverso la musica, perché prima sono andato nelle campagne nei dintorni di Napoli, poi ho esteso la ricerca nelle campagne della Puglia, poi della Sicilia e poi ho cominciato a coltivare questa filo di un racconto che viene ancora da più lontano e quindi il mio incontro con la musica del Mediterraneo. Anche grazie ai migranti che avevamo in casa e quindi mi portavano queste straordinarie sonorità di lingue, di suoni, di ritmi diversi che però sono molto affini. Mi auguro che il Mediterraneo possa tornare ad essere un mare di grandi incontri.

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