La bellezza secondo Tano D’Amico

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“La bellezza è alzarsi in piedi contro il sopruso”, non ha importanza quando, come, dove, ha importanza il perché, ha importanza l’istante in cui si trova la formula per rappresentare se stessi, il proprio mondo, la propria istintiva ribellione.

Tano D’Amico

Nei giorni scorsi il Macro, nell’ambito della rassegna Prove tecniche di rivoluzione, ha ospitato l’incontro con un emblema delle controculture di contestazione che ha attraversato i decenni: Tano D’Amico. Fotoreporter si dovrebbe dire, narratore del proprio tempo, testimone di rivolte, di battaglie sociali, autore di scatti diventati iconici in cui il punto di vista è inequivocabile.
Tano D’Amico è riconoscibile attraverso le sue stesse immagini. Ognuna ha una firma, anche se non fosse esplicito si riconoscerebbe l’autore.

Sono quelle immagini in un bianco e nero pulito, senza sbavature, come un discorso politico ben organizzato, ad essere la sua vera firma. Sono le sue immagini intessute di contrasti, votate alla ricerca della verità, una verità corale in cui si assommano molti ‘noi’.

Scene da cui si percepisce quella sensazione di non essere di fronte all’immagine di un fotografo, ma di essere parte di una storia, di essere dentro e non spettatori. Quel senso del coinvolgimento, quella percezione aumentata dello spazio in cui c’è modo di ritrovarsi, di ricercarsi, in cui di certo non si può restare indifferenti.

L’occasione dell’incontro è dato dalla recente pubblicazione per la Red Star Press di un volume fotografico dal titolo provocatorio: “Guerra ai poveri”, dentro ci sono le immagini di dieci anni, dal 2009 al 2019, di lotte per il diritto alla casa in una Roma che si smarrisce, torna indietro, torna a macchiarsi di indifferenza, torna a sporcarsi di rassegnazione.

Dalle immagini, nel rigoroso bianco e nero di D’Amico, emergono i volti, gli sguardi che si tirano dietro storie mai uguali, mai banali, mai già scritte. Sono i volti degli ultimi, sono i volti di chi non cede, di chi non si lascia divorare dalla sopraffazione. Conservano intatta una forma di bellezza, quella di cui D’Amico parla, quella bellezza di chi si alza in piedi contro il sopruso.

Nell’incontro al Macro la fotografia di testimonianza è la vera protagonista: “Quando si mette in discussione un regime, la prima cosa che cambia è il modo di vedere, a cambiare è l’immagine, l’immagine nuova che irrompe dalla Storia. Se chi si solleva contro il sopruso non cerca un’immagine nuova allora significa che non si è mai alzato”.

Nel dialogo aperto con il pubblico presente, numeroso ed eterogeneo, Tano D’Amico ha incalzato la sinistra del nostro tempo, quella che “non ha più cercato una sua immagine”, quella che si è ritirata, quella che ha “abbandonato i nostri luoghi”. Il presente appare un deserto dove si registra un “impoverimento di tutto, di umanità, di dibattito”. Un presente affidato a un “appiattimento culturale orribile” e che si spinge “al di fuori del minimo comune denominatore culturale”. Inevitabile virare il dibattito sulla professione del fotogiornalismo oggi, “una foto viene pagata due euro e cinquanta centesimi” ed ecco pubblicate immagini brutte, prive di un punto di vista, povere di immaginazione, deprivate di un senso di appartenenza. Il ‘noi’ si dissolve, diventa un piccolo frammento dettato dall’emergenza, si spoglia di ogni speranza, eppure la fotografia resta “il mezzo più adatto a costruire il cambiamento”. Basta alzarsi in piedi, basta trovare un nuovo punto di vista.

Guerra ai Poveri di Tano D'Amico
Tano D’Amico – Guerra ai Poveri
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