Greta, la vita è una

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Tra non molto tornerà la nonna di Davide e andrò a casa. Sono arrivata con mezz’ora di anticipo questo pomeriggio. E così ho fumato l’ultima sigaretta del pacchetto prima di citofonare. Una wiston blu. Ho iniziato a fumare da poco, anzi pochissimo.

E fino a due mesi fa pensavo che non avrei mai iniziato a fumare nella mia vita. Avevo provato una volta, ma non mi era piaciuto. Invece ora apprezzo quel leggero giramento di testa, quel lambire appena la sigaretta con le labbra e sentirne il sapore di tabacco, quello stesso sapore che poi resta sulle dita.

Dopo aver trovato la via e il civico giusto, ho proseguito e ho notato dall’altra parte della strada la palestra dove si sarebbe voluta iscrivere Maria, la mia collega di lavoro. Una sera che lavoravamo insieme mi chiese se avessi voluto iscrivermi con lei. Le risposi che sarebbe stato divertente; che tanto, nonostante fossi già iscritta in un’altra palestra, non ci andavo mai perchè da sola mi annoio. Però le dissi anche che ci avrei pensato perchè sarebbe stata troppo distante da casa mia.

Guardo le persone affaticate sul tapis roulant dall’altra parte del vetro della palestra, guardo persone che passeggiano sul marciapiede. Allora mi viene in mente l’ultimo giorno in cui ho visto Maria.

Per tutto il pomeriggio non avevamo parlato, perchè avevamo lavorato in due sportelli distanti l’uno dall’altro. Ora, che avevo finito il mio turno, la salutai, lei mi sorrise e mi chiese cosa avrei fatto quella sera. Risposi che non avevo ancora deciso se restare a casa a studiare in vista dell’esame o se andare a ballare in un centro sociale con i miei amici.

La sua risposta mi tolse dal dubbio e così quella sera andai a ballare. Era una sera piovosa di metà Settembre. Lampi illuminavano i palazzi davanti all’agenzia e il cielo tuonava. Trovai due ombrelli nel magazzino; presi quello più malridotto e lasciai l’altro a Maria.

Prima di andarmene mi chiese quando ci saremmo riviste. Controllò la tabella con i turni e disse che per tutta la settimana seguente non avremmo lavorato negli stessi giorni.

Uscii. E quella fu l’ultima volta che la vidi.

Continuo a camminare lungo il marciapiede, fumando. Penso a tutte le persone che ho conosciuto e che mi hanno conosciuto e che oggi non possono più vedere ciò che io vedo, non possono odorare ciò che io annuso, non riescono a sentire ciò che io ascolto.

Un dolore acuto mi attacca la parte bassa della gola; lo riconosco. E’ lo stesso dolore che da piccola avvertivo ogni volta che la mamma mi raccontava una favola finita male, ogni volta che guardavo un film drammatico, ogni volta che pensavo a quanto bene volessi e voglio a mia mamma.

Penso alla vita. A quanto sia dolce e crudele. Penso a tutte le cose che avrei voluto dire a tutte le persone che oggi non possono forse più sentirmi. Penso a tutte le volte che ci arrabbiamo per delle futilità e mi riprometto di non arrabbiarmi più, specialmente con le persone che amo; e il giorno dopo sto litigando con mia mamma. Sono le 15.30, manca ancora un quarto d’ora, ma citofono lo stesso.

Saluto Davide e i suoi nonni e mi avvio verso la metropolitana. C’è nebbia. Metto le cuffie nelle orecchie. Ci sono i Porto Flamingo: “Puro Amor”. Mi piace moltissimo questa canzone. In particolare il pezzo in cui il ritmo si fa più serrato e mi viene in mente Goran Bregovic.

Il vagone è quasi vuoto, davanti a me siede sola una giovane donna. Si guarda intorno. Avrà anche lei appena finito di lavorare? chissà che lavoro fa. O magari è senza lavoro. Lo sta cercando. O magari è una felice disoccupata oppure ha appena avvelenato il tiranno ottantaquattrenne che ha sposato due anni fa; e adesso pensa al modo di liberarsi del veleno per topi che ha nella borsetta.

Penso che fra poco arriverò a casa e porterò a spasso Bobo. Ogni sera facciamo sempre lo stesso percorso sperando di incontrare una persona. Penso al fatto che non potrò fumare una sigaretta, mentre aspetto che lui faccia la cacca.

Penso a ciò che mi disse Maria: “Greta, la vita è una”.

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