Verso la libertà

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di Giuditta Di Cristinzi

Eravamo d’accordo. Una fuga a tutti gli effetti. Lui stava preparando le sue cose in garage. Io stavo stipando l’essenziale nel fondo dell’armadio.

Saremmo partiti sabato alle 10.00 per Fenix, al posto di andare a scuola. Ci saremmo incontrati alle 08.15, dietro la ferrovia vecchia, in un convoglio merci abbandonato dove avremmo nascosto i bagagli. Quanti progetti!

Io fuggivo dalle grinfie della mia matrigna, lui dal padre vedovo, severo e alcolizzato. La mattina di sabato il cuore mi batteva forte. Diedi un bacio speciale al babbo e presi la solita via.

Dopo un po’, non vista, svoltai a destra, costeggiai in muro di cinta della stazione e arrivai al vecchio convoglio. Mark ancora non c’era. Aspettai un minuto, due, tre, mezz’ora. Capii che non sarebbe venuto, che non ce l’aveva fatta a lasciare da solo il vecchio padre. Ebbi solo un attimo di indecisione.

Quando sentii il fischio del rapido corsi in stazione, salii sul treno, sola, verso la libertà.

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