Un giorno

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di Viola Carral

Il suo profumo lo sentivo sul petto, sulle spalle, ovunque mi avesse toccato. Diceva di aver fatto un viaggio, anzi un milione di viaggi, diceva di aver visto così tante cose, diceva molto, troppo, così tanto che alla fine non sapevo più cosa fosse vero e cosa no. Diceva che avrei capito e poi che non potevo capire. Diceva di non aver incontrato mai nessuno come me e poi che somigliavo ad altri mille. Diceva di tenere a me e poi è scomparso nel nulla. Diceva di volersi mischiare alla gente e poi mi teneva a distanza. Diceva che non gli piaceva parlare eppure non ha mai smesso un secondo di raccontarmi la sua storia.

Non sarebbe poi così strano chiedersi un giorno che fine faremo. Che fine farai una volta andato via, senza le notti passate in questo letto, che fine farò senza i tuoi libri sparsi sulla mia scrivania, senza la tua vita sparsa un po’ nella mia. Sconfinata nella mia. Che fine farai quando metterai in valigia lo spazzolino, i fogli abbandonati tra i miei appunti. Che fine farò quando ti avrò messo nella valigia i vestiti ed i regali e ti avrò indicato la porta. Quando al mio indirizzo vivrà qualcun altro, quando al citofono non sarò io a rispondere. Mi chiedo che fine faremo quando scivolerò via da questa città e dalle sue mille luci che per così tanto tempo mi hanno accompagnato. Quando non ci sarà un prossimo concerto, una nuova mostra da vedere insieme, una lezione da condividere di nascosto, un letto in cui stringersi in due. Quando non ci sarà nessuna gita, nessuna fuga a Milano, nessuna mattina persa a rotolarsi nello stesso letto. Che fine faremo quando non ci sarà un prossimo ballo?

Avrei voluto aspettarti a quel caffè. Eppure non ci sono andata. Avrei preferito aspettarti lì per ore e solo alla fine capire che no, non saresti arrivato perché non ti importava nulla. Siamo quelli per cui non c’è storia. In fondo avevi sempre ragione tu, no?

Nel mio stare male non mi ero accorta di quanto stessi male tu. Non mi ero accorta della tua pelle che da pallida virava al diafano. Non mi ero accorta dei cerchi profondi scavati intorno ai tuoi occhi. Delle guance vuote, sgonfie. Delle labbra secche, solcate da una miriade di piccole crepe, esili, tremule, dov’era la tua bocca rossa che amavo tanto? I tuoi occhi soli si salvavano, dietro l’apparente opacità di uno sguardo vitreo si sprofondava in due gorghi scuri, ti assorbivano, ti sommergevano, ti annegavano, era impossibile non essere risucchiati dal loro vortice frenetico. Era l’unico segno di vita che ti si poteva leggere addosso ormai.

Ma io non guardavo, facevo finta di niente, se non avessi parlato allora avrei potuto credere che andava tutto bene, e tu non parlavi. Non parlavi mai. Andava tutto bene. Andavi a pezzi in silenzio. Ti consumavi quietamente, senza chiedere nulla a nessuno, ti sei lasciato andare senza fare rumore. Sei scivolato via, senza che nessuno potesse afferrarti. Hai allontanato gli amici, i conoscenti, i parenti ed infine hai allontanato me. Non me l’aspettavo, o forse sì, ma non volevo ammetterlo. Non volevo ammettere di averti lasciato andare consapevolmente, di aver visto cosa ti aspettava e di aver rinunciato a restarti accanto, sarebbe stato troppo difficile per me, sono stata sempre egoista, lo sai. E lo sapevi, ecco perché mi hai lasciato vivere, mentre tu morivi.

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