Tutti si abbracciarono come se fosse per l’ultima volta

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di Laura De Santis
“Il nostro mondo si sgretola”, disse Marco guardando il bicchiere di vino sulla tavola.
Laura annuì senza alzare gli occhi dal pavimento di legno.
Quante serate avevano trascorso lì dentro? Non avrebbero saputo dirlo. Da quando erano adolescenti quel locale era il solo posto dove si sentissero a casa. E’ strano a dirsi, ma era proprio così. I tavolini disposti sempre nello stesso modo, la pedana che ospitava i musicisti, il bancone, largo, lungo e spazioso che accoglieva come un sorriso chiunque entrasse, il pavimento di legno, rumoroso e rovinato, le sedie di paglia, le tovaglie di stoffa, le pareti azzurre come un cielo sereno che facevano venire in mente il Messico. La porta sempre aperta e gli incontri che solo in quel posto potevano avvenire. I cambiamenti di gestione non avevano mai intaccato lo spirito del locale, quel suo essere una chimera nella nebbia, quell’anima da trattoria popolare intrecciata ad un rock club di provincia.

Laura e Marco si guardarono per un istante e si sorrisero reciprocamente.
Un lampo di memoria, un flash back, li fece scoppiare a ridere, anche se sapevano entrambi che non fosse il caso. I ricordi che venivano da quei tavoli, da quelle sedie, da quei libri sparsi sulla libreria erano tutti felici. Nemmeno una serata era andata storta, nemmeno una. Laura accese una sigaretta e alzò il bicchiere. Marco la imitò: “Alla faccia di chi ci vuole male” gridarono all’unisono. Nel locale non c’era ancora nessuno. Loro erano stati i primi perché Marco, in tutti quegli anni, aveva conservato le chiavi per le emergenze. Anche quando il locale cambiò gestione. Non le aveva mai usate. Non ce n’era mai stato bisogno. Ma adesso era diverso. Quello era il momento giusto.

“Pensi che abbiamo avvisato tutti?” chiese Laura perplessa e improvvisamente triste.
“Sì, penso di sì. Le persone care, gli amici, molti non verranno, ormai vivono all’estero, altri sono troppo lontani con la mente da questo posto”, replicò Marco.
“Mi dispiace. Non si riaprirà più, vero?”.
“Non credo proprio. I tempi cambiano e il nostro mondo sta finendo. I ragazzi oggi fanno altro, non sanno che farsene di musica dal vivo e vino delle cantine. Vogliono altro. Sicuramente non le sedie di paglia”.

Si sorrisero. La porta si aprì e arrivarono gli altri. Dovevano ancora finire di organizzare molte cose. Una sottile ansia si percepiva tra tutti loro. Laura non vedeva nessuno da almeno dieci anni. Si era trasferita altrove, si era sposata, aveva dei figli, ma quando Marco le diede la notizia pensò subito a come organizzarsi per tornare a casa. Si misero tutti all’opera, spazzarono, sistemarono, arrivarono i musicisti, vecchie glorie locali e nuovi giovani scalpitanti, brindarono ancora qualche altra volta prima dell’arrivo di tutti gli invitati.
Marco fece gli onori di casa. Quando il locale fu pieno, salì sulla pedana che faceva da palco, prese il microfono e disse: “Benvenuti, questa è la migliore festa di addio che potessimo immaginare. Questo locale chiude, il suo creatore non c’è più. Lo abbiamo amato perché ha reso la nostra vita migliore, l’amicizia una cosa preziosa. Addio”. Partì la musica, una lunga maratona che durò fino al mattino. Nessuno pianse, ma tutti si abbracciarono come se fosse per l’ultima volta.

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