Tutte le volte

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di Laura De Santis

Restiamo dietro le porte chiuse io e il gatto che vive con me. Scrutiamo i rumori che provengono dall’esterno. Immaginiamo l’inquilino del terzo piano che passa sul nostro pianerottolo. Lo vediamo portarsi la mano destra alla tasca dei pantaloni, estrarre il fazzoletto con cui si asciuga il sudore. Fermarsi un istante e riprendere la salita. Il dirimpettaio impreca e bestemmia. Si torce i peli della barba e si inferocisce tirando pugni sul tavolo perché è saltata la sua connessione internet. Come una giovane gazzella passa davanti al nostro portone la figlia biondissima dell’avvocato famoso. Si scosta i capelli con un gesto regale.

Il gatto che vive con me emette un roco miagolio. Credo gli piaccia. Sinuosamente si avviluppa intorno alle mie gambe e mi invita a mangiare qualcosa. Per lui è ora di uno spuntino. Io prenderò un dolcetto. Un nuovo rumore ci spinge a tornare verso il portone. Sembra il frinire di un grillo. Il gatto drizza le orecchie e protende le vibrisse. Vorrei sbirciare dallo spioncino ma non ci arrivo. Dovrei prendere una sedia per farlo. Il rumore è sempre più forte. Si sente anche un odore. La mamma mi dice di non aprire il portone, ma stavolta non possiamo proprio farne a meno. Né io né il gatto. Ci mettiamo all’opera per liberare i chiavistelli. Il gatto si alza sulle zampe posteriori per aiutarmi. Il rumore è vicinissimo. Apriamo finalmente. Ci affacciamo sulla soglia. Facciamo capolino. Il rumore di grilli si è affievolito.

Il gatto si lancia fuori per primo. Io lo seguo. Poi ci ripenso e chiudo il portone. Penso sia meglio. Così non entrerà nessuno in casa. Mi arrampico su per le scale. Piano dopo piano. Il gatto mi precede. Svolta veloce sulle rampe. Quando le scale finiscono c’è una porticina. È aperta. Il gatto mi guarda. È un istante, ci diciamo sì e sgattaioliamo dentro. Anzi fuori. Siamo sul tetto del palazzo. Ci sono muri, file di panni stesi, antenne televisive, parabole, ci sono ceste di vimini, di plastica. Ci sono bambini che si rincorrono tra i panni stesi e donne anziane che li richiamano. Non capisco chi siano. Il gatto si lancia all’inseguimento di una lucertola e un bambino passandomi accanto mi urta e mi invita a correre e lui si ferma. Giocano sotto il sole. Gioco anche io e anche il gatto.

Restiamo fino all’ora di cena mi spiega un altro bambino. Hanno tutti la mia età. Sorridono. Anche il gatto sorride. Fa le fusa a tutti e sferra graffi a chi lo provoca. Poi si rifugia in un cesto pieno di panni e si addormenta. Anche io mi siedo su un gradino. Non sono abituata a giocare tanto. Si sente una sirena. Si ferma sotto il palazzo. Tutti si affacciano. Una nonna dice: “É la polizia”. Vorrei sporgermi ma non vedo. Si sente la voce di mia madre che urla qualcosa. Ma siamo lontani io e il gatto e non capiamo cosa dice. Tutti fanno silenzio sul terrazzo incuriositi dalla polizia. Una donna arriva di corsa dalle scale e voltandosi indietro urla: “É qui. La bambina è qui!“. Mi stringo al gatto che vive con me e aspetto. Torneremo dietro il nostro portone presto.

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