“Soli, sotto l’ombrellone”

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di Mirella Morelli
Arriviamo in spiaggia, come sempre, nelle prime ore del mattino: è bello godere della quiete sonnacchiosa che si respira sotto l’ombrellone, quando i lettini sono ancora chiusi e in perfetto allineamento l’uno di fianco all’altro in un rigido ordine geometrico. In seconda fila la brezza è perfetta e l’orda di ragazzini che inevitabilmente arriverà nel pomeriggio, con telo da mare da stendere a ridosso delle onde, non infastidirà affatto. Non qui.

In poche ore sarà il putiferio: famigliole con secchielli e cappellini, materassini e tavole da surf, odore di creme spray, richiami materni alla prudenza… Tutto nel giro di poco.
Al momento mi godo il rumore della risacca di sottofondo, defilato, quasi solo una comparsa.

Spalmo anch’io la crema protettiva e lo sguardo vaga all’orizzonte: un po’ di foschia mattutina, una barca placida, le onde quasi languide di un movimento ripetuto, battente ma delicato. Mi sdraio, godendo del sole sulla pelle prima che bruci. Sul lettino di fianco mio marito ha già terminato da un pezzo il mio stesso rituale e a occhi chiusi ascolta i miei movimenti, in attesa che anch’io mi distenda rilassata.

Attimi di perfetto silenzio.
Ma, appena un secondo dopo, dal camminamento in piastrelle sulla sabbia si fa spazio un brusio, che subito si trasforma in risate, poi in frasi più comprensibili, infine in voci molteplici che si accavallano. Ed eccoli: tutto si riassume in quella frase che perfora le mie orecchie: “Sono questi, i nostri ombrelloni! Eccoli, eccoli tutti e quattro!”
Mio marito volge gli occhi al cielo:
“Capisci, non è la caletta sarda…” e so che tra un po’ si alzerà, buttandosi in acqua e allontanandosi dalla confusione, per scaricare in una lunga nuotata la sua insofferenza.
Senza aprire gli occhi mi chiedo, con eduzione, se sono abbastanza al di sotto del mio ombrellone… e se ho lasciato abbastanza spazio ai miei vicini… So di essere sempre corretta, dunque è quasi un pensiero retorico.

Ancora a occhi chiusi comincio a fare il gioco dell’accento: da quale regione verranno?… Accento del Sud, no, forse più Centro-Sud… Abruzzo, ho deciso! Mio marito si alza, dirigendosi verso il mare così come previsto. E a me sfugge un sorriso.
Intanto al mio fianco i lettini sono già disordinatamente e pittorescamente disposti in incroci azzardati, le ciabattine infantili spariscono decisamente sotto il mio lettino e uno sguardo minaccioso di bimbo incrocia il mio, quasi a dirmi: “Tanto lo so che quella sarà la rimessa di tutti i miei giocattoli!”
Mi scappa un nuovo sorriso.

Grazie a Dio ho dormito bene, stanotte, avrei voglia di dirgli. Per contro la mente va, volando ad almeno un decennio fa… a quando i miei figli arrivavano in spiaggia armati fino ai denti di palloni, birilli e succhi di frutta. Sì che me lo ricordo. Lo stomaco ha un piccolo spasmo. Non è lo stress, non è la stanchezza e neanche l’acidità degli anni che avanzano: è nostalgia, realizzo.

Mi sollevo sul gomito in cerca di un libro da leggere, ma lo sguardo mi cade sulla fila dei quattro ombrelloni. Mio malgrado, comincio a osservarli: più per noia che per reale curiosità.
Giovani, abbastanza giovani, decisamente amici da una vita, con i figli di ogni coppia che stanno crescendo insieme: un classico. Ma sono le donne a interessarmi per prima.

La biondina è giovanissima e delicata, ha la pancia di chi ha partorito da pochi anni e non ce la fa a tornare in forma; con gli occhi non perde un movimento del bimbo che ha depositato tutti i suoi averi al di sotto del mio lettino, ma non lo rimprovera per questo, ritiene sicuramente che essere bambini consenta ogni diritto. Questo non mi piace. Sposto allora lo sguardo sull’altra donna, secondo ombrellone: ha un costumino striminzito, troppo striminzito per il suo fisico ridondante, il cui seno sembra voler sfuggire ad ogni istante dal costume; lei non segue nessun pargolo, ma il suo sguardo vaga ansioso sui gesti di un uomo che sta sistemando i vestiti, la sacca dei teli ed altro ancora: una moglie insicura e forse trascurata, che nel silenzio ostenta la sua tristezza quasi a farne un grido di attenzione.

Sotto l’ombra del terzo ombrellone una donna dalla riccia chioma bruna sta cercando di sistemare con un foulard i riccioli ribelli, invano; ha un gesto stizzito dopo soli pochi secondi e lascia perdere, rivelando un’indole impaziente, confermata dal tono brusco con cui sollecita un paio di bambine a spruzzarsi la protettiva prima di esporsi al sole.

E mi manca il quarto ombrellone, quello coperto dai precedenti: troppo distante perchè possa giocare a indovinare qualcosa dei suoi occupanti.
Pur avendo osservato solo per pochi minuti, e con discrezione, decido di dedicarmi alla lettura per non passare da ficcanaso.
Mio marito intanto nuota, costeggiando la riva per evitare che mi preoccupi.

Non riesco a concentrarmi sulla lettura. I pensieri tornano continuamente al passato, a quando cercavamo lidi sicuri e attrezzati affinchè i nostri figli non si annoiassero quando non consentivo loro di rimanere nell’acqua. Adesso le loro vacanze sono organizzate tra un esame universitario e l’altro e gli accordi di viaggio li fanno giustamente con gli amici, o con la propria ragazza.
Sì, sono dieci anni che non facciamo una vacanza tutti e quattro insieme. Sarà anche giusto così, ma non posso non provare un fremito di nostalgia, mentre lo sguardo scivola su quel bambino e le sue ciabattine sotto al mio lettino, sul suo sguardo torvo mentre cerca di costruire un castello con la sabbia poco bagnata.

Mi addormento così, in una sottile malinconia.
Mi sveglio nell’improvviso frastuono fattosi più insistente e cerco mio marito, istintivamente: è lì, ha fatto la doccia perchè detesta asciugarsi col sale sulla pelle. Mi sorride. La spiaggia è ormai affollata, ma dei nostri vicini neanche l’ombra.

“Sono andati tutti a fare un giro in battello, lungo la costa… Non torneranno tanto presto!” e mi strizza l’occhio, complice.
A ora di pranzo ci dirigiamo verso il ristorante, dove per evitare noiose attese prenotiamo il tavolo per tempo. Tutto diligentemente organizzato: forse si diventa così, invecchiando…noiosi e prevedibili. La quotidianeità mi rasserena, invece, e la sicurezza dei momenti programmati mi fa sentire ancor più la complicità delle giornate in due: condivise dallo stesso fare, dagli stessi piccoli piaceri.

All’improvviso due voci che si alzano di tono, nel ristorante, attraggono l’attenzione di tutti; ci volgiamo istintivamente a osservare la coppia a un tavolo centrale, dove lei parla concitatamente ad un lui che la ascolta con faccia visibilmente ansiosa. Nonostante il tono alto la concitazione è tale che non si capisce di cosa lo rimproveri, per fortuna. Poi con stanchezza smette di parlare abbassando la testa sul piatto e prende a sbocconcellare il cibo senza alcuna voglia. Mi viene un po’ di magone, così, immotivatamente, e per riprendermi cerco il cellulare in borsa, telefono ai ragazzi per sentire se a casa tutto è a posto. La telefonata, breve ma affettuosa, mi fa passare la malinconia e quando chiudo la conversazione racconto il nostro dire a mio marito, ridendo con lui delle mie stupide apprensioni di mamma:
“Hanno mangiato una carbonara… con questo caldo, che idea!”e rido.
“Hanno vent’anni – risponde con saggezza mio marito – se non stupideggiano ora, quando?”
La coppia dell’alterco non è più al tavolo.

Quando dopo più di un’ora torniamo in spiaggia, però, scopro che sono gli “inquilini” del quarto ombrellone. Soli, mentre gli altri amici sono ancora in gita sul battello. Lei è sdraiata a pancia in giù sul lettino, il viso voltato altrove a nascondergli lo sguardo mentre lui le parla. E lui è in piedi sotto l’ombra dell’ombrellone, ride, parla ad alta voce e con enfasi cercando di suscitare una reazione. Ha gesti troppo calcati e ogni atteggiamento è forzato, sopra le righe. Mi sembra stia facendo uno sforzo sovrumano, non so perchè. Lo sento ridere ancora, ma lei continua a non girarsi; tuttavia le sfugge un sorriso, chissà che battuta avrà fatto che ha capito solo lei? Vorrei dirglielo, a lui: “Guarda che ha sorriso, sai… insisti!” e poi mi sento stupida, e mi viene di nuovo il magone. Nostalgia, si chiama nostalgia. Nostalgia degli alti e bassi, dei litigi irruenti, dell’insicurezza ad ogni alterco: “E se adesso non mi ama più?!”
Nostalgia, benchè la sicurezza di oggi sia un dato di fatto gioioso. No.stal.gia!

Ecco, adesso lui lo vedo bene, è uscito dal cono d’ombra: ha un borsalino di paglia in testa e gli occhiali da sole a specchio, la camiciola aperta sul corpo abbronzato dal cui costume a boxer verde e blu fuoriesce un po’ di pancetta quarantenne; si toglie il cappello, rivelando una chioma un po’ lunghetta e leggermente brizzolata; si passa una mano fra i capelli, lo vedo vagamente disorientato. Mio marito segue distrattamente il mio sguardo:
“E ce ne mancavano, di seguaci di Califano!” ironizza, ed io gli lancio un’occhiataccia, con antipatia.
“Insisti, insisti!” vorrei gridargli. E lui sembra sentirmi, perchè riprende a parlare: sempre con tono borderline, con gesti caricati, con la mancanza di spontaneità di chi teme di sbagliare…ma insiste. All’improvviso lei si solleva sulle braccia e per un attimo penso che si volti a guardarlo, invece gli gira la schiena, infila le ciabattine e con andatura un po’ ancheggiante si avvia verso le onde.
“Insisti! Ha sorriso di nuovo anche se tu non l’hai vista! Insisti, non vedi come ancheggia sensualmente allontanandosi? Fìdati, TI STA PENSANDO IN QUEL MODO!” vorrei urlare al suo viso disperato, vedendola allontanarsi.

Il silenzio, dopo quella sua voce troppo alta. Gli occhi cupi, dopo tanto insistere: si guarda intorno, osserva bambini ragazzini donne nonne e tutte le persone che vivono sotto gli ombrelloni. All’improvviso sento, insieme a lui, tutto quel frastuono di gente che prima non udivo, presa ad osservarli.

Ma ecco d’un tratto la voce di lui: ferma, profonda, disperata eppur ridente come di chi ha appena vinto una battaglia interiore e sa che vuole continuare la lotta anche all’esterno; eccolo, che urla con tutto il fiato che ha in corpo:
“Sto-cercando-di-riconquistare-mia-moglie!” urla scandendo bene ogni parola, a se stesso, in un grido liberatorio.

Nel chiasso della spiaggia la sua voce si perde, senza attrarre attenzione alcuna se non la mia. Nessuno si volta, e lui neanche se ne interessa: è perso nella sua battaglia e nella ricerca di una vittoria. Tremo per lui.

E forse è questo che sente, perchè il suo sguardo lucente arriva fino a me, incrocia il mio.
E’ più forte di me, gli sorrido e alzo il pollice, gli faccio “Okay!” e ho lo sguardo pieno di lacrime. No, certo, si chiama nostalgia!
Mi sorride grato, restituendomi la “polliciata” e senza titubanza si avvia verso il mare, a raggiungere la sua lei.

Con un sospiro di sollievo mi giro e vedo mio marito che mi sta osservando sornione:
“Sei incorregibile. Sempre nel cuore di ogni emozione, tu” mi sgrida con tenerezza. Poi mi dà un buffetto sulla guancia: “E’ l’ora del gelato…stracciatella e nocciola?” chiede, con la sicurezza e la conoscenza degli anni.
“Stracciatella nocciola… e oggi anche cioccolato fondente, via!”
La sua risata è tenera tenera. Ci avviamo verso il bar. All’improvviso gli prendo la mano, camminando, e lo vedo arrossire vagamente, come un quindicenne. Rido anch’io: “Paghi tu!” gli dico. Come sempre, vorrei aggiungere.

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