Seduto sull’albero un lupo allo specchio

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di Francesca Quey

Le poltroncine rosse del teatro rotondo si riempivano una alla volta. I cappotti si distendevano veloci, tappezzando la sala di colori autunnali. I volti delle persone erano ancora immersi nella nostalgia della calura estiva, i corpi sudati nelle camicie e gli occhi incrostati dalla salsedine. Rose, invece, amava l’inverno. Lo aspettava ansiosamente per tutto l’anno e ora che poteva avvolgersi in ampie sciarpe e sformati cappotti di seconda mano, sorrideva abbagliata dai decori dorati delle pareti rosse. Si sentiva sedotta da quei muri in velluto.
Seduta sullo sgabello, le gambe strette, in alto, nel palchetto semicentrale. I capelli dietro le orecchie si arricciavano sulle guance. Gli occhi dilatati riflettevano i movimenti sconnessi e goffi di signore in borghese che lei studiava divertita affacciandosi dal balconcino.
Le luci divennero sempre più rade e soffuse. Rose si sistemò il fiore giallo tra i capelli. Le luci si spensero e un attore venne lanciato sul palco da un cono di luce improvviso che provocò un gridolino esteso di stupore.

L’opercolo del suo palchetto si aprì di colpo illuminando la figura della ragazza. Rose si girò. Un uomo dal volto opaco e annerito da una barba folta entrò sedendosi accanto a lei. Si stese il cappotto sulle ginocchia, schiarendo la voce.
Aveva uno sguardo da furfante, le mani ladruncole, sottili e accecanti come fogli di carta stagnola. Il viso spigoloso. Rose, nell’osservarlo, sentì la pelle sfaldarsi piano piano dentro un desiderio di morbidezza che la esaltò. Guardò più intensamente l’uomo accarezzandogli il pensiero come per calmare quel singhiozzo di paura che gli muoveva a destra e a sinistra le pupille.
Il piede sbatteva insistente contro lo sgabello. Rose sognò di afferrarlo tra le mani e cullarlo tra i capelli e le labbra. Si era forse perso? Tra i ponti e i viali sembrava avesse perso la scia d’un profumo. Aveva le narici dilatate e il respiro rumoroso si diffondeva tra il formicolante applauso che s’alzava dalla platea. Si mordicchiava nervosamente il labbro lievemente pendente in avanti come per soffiare granelli di zucchero. La ragazza rovesciò la testa facendo rimbalzare i riccioli sulle gambe. All’ingiù, con la leggerezza del saltimbanco Rose lo fissò divertita.
Un sorriso disertò dall’ombra.
“Scappa con me.” Sussurrò lei rialzando la testa. Si risistemò i capelli premendo forte le tempie per fermare il capogiro.
“Vuoi un sorso?”. Disse mostrandole una bottiglia di vino rosso. Rose annuì.
L’uomo aprì la bottiglia facendole annusare il tappo in sughero.
Accostò le labbra al vetro e si riempì di liquido corposo, rosso scuro la bocca. Gli occhi di Rose s’innamorarono di quelle labbra sempre più vicine alle sue. Calde.
Un respiro, una battuta dell’attrice e la bocca della ragazza venne invasa di saliva fruttata. Un bacio violaceo, intenso che le chiuse le spalle. Le contorse la pancia. Le strinse le coscie. Una fiammella s’accese nel suo petto, invadendola di calore improvviso. Un applauso scrosciante e lei ancora appesa alle labbra dell’uomo barbuto, arruffato con gli occhi tersi, lievemente opacizzati dalle luci soffuse del teatro. Sul volto dell’uomo l’ombra d’una foglia la distrasse.
Rose sfilacciò un lembo della sua sciarpina. Una mano spigolosa s’infilò nel cappotto sfiorandole la schiena. Un fremito si sparse in lei.
“Vivo d’aria, di musica e d’amore.” Le disse premendo più forte la mano contro le sue costole.
“È bizzarro, ma voglio sognarti.”
“Entra in me, in questo spettacolo al buio. Accendi i proiettori, tamburella le tue dita contro i miei occhi. Ti rimarranno tra le mani. Fuori piove, c’è il sole, il mondo è freddo, spogliati. Il mondo è caldo, rivestiti.”

L’uomo le sfiorò la guance con il bordo ispido del cappotto e uscì dalla porticina rossa. Un ciuffo bianco e grigio rimase incastrato nel velluto. Rose lo raccolse. Soffice, ne respirò la morbidezza. Suscitava la carezza, il tocco, il desiderio di averlo accanto nella parte vuota e fredda del letto. Appoggiarlo come un soprammobile e risvegliarsi solo per ritrovarlo, annusarlo di nuovo e strofinarsi gli occhi sopra. Rose dondolò il capo come una gondola sull’acqua morbida. Sorrideva estasiata. Con gli occhi raggianti saltellò fuori dal teatro in preda ad un mutamento d’animo repentino. Il batuffolo di pelo niveo in tasca. La volta celeste venne rivestita da minuscole macchie di inchiostro scuro. Un gigante nuvoloso, innervosito, tra carta e parole, s’arrabbiava con il pennino dispettoso. Le dita maculate mentre agitava in su e in giù il calamo, spargendo nèi scuri sulle nuvole candide. Rose sentiva qualche gocciolina confondersi nella sua chioma corvina. Serpeggiava, tra le lingue tortuose di nuvole arrotolate, una melodia d’ochestra. Una coltre d’umido s’alzava coprendo i piedi. Rose venne spinta da un desiderio di saltare al collo della gente che incontrava per annusarne l’odore, proprio lì, tra camicia e collo. Lì, sotto all’orecchio, dove il profumo di colonia del mattino ristagna un po’ sudato tra le pieghe della pelle.
Un giro di chiave e la città si spense dietro la porta. Buttò i suoi vestiti a terra, dimenticò il peso del corpo sotto le gocce d’acqua calde.
Umidità, calore, odore di capelli bagnati filtrati dallo spiffero della finestra. Rose si specchiò. Un occhio solo, tinto d’azzurro glaciale. Divino, increspato, artico, vento nella pupilla sottile. L’altro, cinto da una fila disordinata di ciglia more, riscaldava l’animo con i colori tiepidi dell’autunno inoltrato. Rose si incuriosì. S’infilò la camiciola rosata sedendosi ai piedi del letto. Il volto scoperto da ogni trucco, fisso, oltre il vetro della finestra.
Davanti a lei un albero. Sul ramo più alto un lupo bianco seduto. Il muso appoggiato allo specchio. Un ciuffo di pelo su un solo orecchio.

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