Qui pro quo

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di Eleonora Iorio

Lei arrivò una mattina d’estate di un giorno qualunque. Il mare era calmo, l’aria pigra, la gente alle prese con la vita di sempre. Curate le barche, i pescatori stavano per tornare alle loro case. Da principio quasi non ci fecero caso, ma poi capirono che sì, quella stava puntando proprio verso di loro.
Delle cose in rovina si dice che hanno conosciuto tempi migliori: lei no, si aveva l’impressione, a guardarla, che fosse stata sempre così.

Quella strana nave aveva un aspetto provato, un’aria malsicura: pareva che i suoi legni, da un momento all’altro, dovessero cedere a un’interna, rovinosa stanchezza; eppure, chi la guardava, non poteva non provare un senso indefinito di rispetto, quasi di soggezione, come davanti a quelli di cui oscuramente si avverte la superiorità. I fianchi, forti, sfioravano mollemente le onde; le sue vele, lucenti sotto il sole d’agosto, la rendevano splendida.
Mentre approdava, gli uomini della riva si chiesero perché e chi l’avesse portata lì.

L’equipaggio della nave era composto di vecchi marinai: la faccia aggrinzita e cotta dal sole, gli occhi ridenti, avevano l’aria di saperla lunga; giovani allegri e feroci, erano stati una volta al soldo di pirati famigerati, ma quei tempi erano finiti e si accontentavano di piccoli traffici più o meno illeciti.
Gli uomini della riva presero coraggio, si avvicinarono cauti, salirono a bordo, sotto gli occhi un po’ beffardi dei marinai (marinai come quelli conoscono a memoria gli uomini della riva). Fecero conoscenza, trattarono qualche affaruccio, fumarono, considerarono più da vicino quell’insolita nave.

Per gli uomini della riva quella fu, a suo modo, una giornata memorabile. Felici come bambini si passavano di mano in mano oggettini lucenti e colorati -di cui a volta ignoravano anche l’uso- barattati in cambio di modesti viveri e tabacco; li esaminavano con curiosità, fra commenti salaci e risate fragorose; ma soprattutto, appresero storie bellissime, misteriose, che i marinai modulavano con accento esotico, bottino incruento di vite viaggiate su rotte inconsuete. Sempre più quella vecchia nave rivelava dolcezze insospettate, angoli ombrosi e accoglienti in cui polvere odorosa di vita – della vita misera e calda di paesi lontani, di porti perduti – vi aveva depositato le sue meraviglie.

Una gioia leggera, di quelle capaci di rendere il mondo stesso piccolo e leggero come una palla fra le mani di un bambino, aveva preso tutti, su quella nave. E più che a parole, se la comunicavano con gli occhi, il sorriso, le mani, come in un gioco.
Uno degli uomini della riva, uno più curioso degli altri, si allontanò dal gruppo: certo quell’ospite meravigliosa aveva un segreto, ma quale? Guardandosi avidamente intorno notò, proprio vicino alla cabina di quello che sembrava il capo, una porticina scura. Dove portava? Quali altre piacevolezze custodiva? Forzò l’uscio e entrò. Nel buio, ora meno denso, del piccolo ambiente, distinse una grande cassa. Forzò anche quella. Un po’ di polvere, disperdendosi nell’aria, brillò allora di una fredda luce rosata.

Mai avrebbe pensato a un carico come quello, su una nave come quella. Polvere rosa! Era agghiacciato. Gridò senza un filo di voce, balzò all’indietro, senza muoversi, come in un sogno.
Non era uno sciocco, aveva viaggiato anche lui; sapeva degli effetti esiziali della polvere rosa, l’esplosivo più devastante e contaminante al mondo. Richiuse la porta, rifece il percorso al contrario. Tremava, adesso. Pensava ai suoi compagni, a quello che aveva lasciato a terra: il piccolo, caro mondo, … il suo! Lo vedeva già in pezzi, a brandelli, un grumo di vita piagata dentro una nuvola immonda di morte. Con circospezione riferì la scoperta ai compagni: di colpo finirono i giochi, le storie, gli scambi.

Gli uomini della riva tornarono a terra alla svelta; con pochi, secchi comandi fu ordinato al comandante di lasciare il porto, di prendere il largo: in caso contrario la nave sarebbe stata sequestrata, l’equipaggio tratto in arresto. I marinai, seppure vecchi, avvezzi alla compagnia ingannatrice e mutevole del mare, ad accogliere fortunali e bonacce con la stessa indifferenza, trovavano incomprensibile quel cambiamento: storditi, obbedirono a quegli occhi duri, ai gesti inesorabili… E pensare che agli uomini della riva avrebbero voluto offrire in dono un po’ della loro merce più preziosa, la polvere rosa degli abissi profondi… La più pura, la più fine e lucente. Benefica polvere rosa! Richiamo alla vita nelle lunghe ore di noia salmastra, conforto nelle fatiche, complice per doverose allegrie di lunghe traversate…
Presto la nave fu in mare aperto. Dalla riva la seguirono a lungo con lo sguardo; poi, quando sparì alla vista, gli uomini sospirarono, si strinsero nelle spalle e tornarono alle loro case.

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