Pierino

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di Mirella Morelli
Pierino ha una folta barba bianca, forse più brizzolata che bianca… Però ricordo bene il suo sorriso con pochi denti, quando arrivo al lavoro in ospedale al mattino, e lui è nei pressi del CSM che ride. Ride, Pierino. Anzi, sorride e ride. Sempre. Ed è un bell’incontrarlo, al mattino, prima di entrare in quella nevrotica sala d’ospedale.

Prima del terremoto lo incontravi nel giardinetto del bar. Se coglieva per te un fiore e te lo porgeva col suo sorriso sdentato, tu capivi che quel giorno avevi la faccia giusta, e ti sentivi giusta per il mondo. E allora partiva bene la tua giornata, oh, sì!

Ma ci sono stati quattro, cinque mesi di terremoto che hanno bistrattato i luoghi ospedalieri, e confuso le nostre abitudini. Anche quelle di Pierino.
Non il suo umore, però.

L’ho incontrato proprio ieri al timbro del cartellino, aveva un mucchio di fiori un po’ appassiti tra le dita, una felpa non proprio profumata e le scarpe da ginnastica inzaccherate.
Ci siamo guardati e ho avuto un moto di gioia scoprendo che mi ha riconosciuta.

Mi ha dato un fiore spetalato.
Mi ha fissata, ha riso, poi sorriso, io l’ho guardato e lui ha capito: “Li ho ripresi tutti, sa. Oggi non voglio bene a nessuno!” Ed è stato come se il mondo si fosse d’improvviso oscurato, perchè Pierino non ci voleva più bene. Stavo andando via, la sua voce mi ha rincorsa: “Ma a te ti voglio sempre bene, sa!” … E il mondo di nuovo risplendeva…
Al CSM oggi mi hanno detto che Pierino non si è presentato per la sua flebo quotidiana (Non so cosa vuol dire).
Ed è un bel po’ che non l’ho più visto.
Però, però mica si possono distribuire petali a vanvera così, nei corridoi dell’ospedale! Avrei voluto scriverlo sui muri delle corsie: perché, forse, c’è chi come me aspetta che riapra il bar. E allora Pierino sarà lì.

Forse, anzi sicuro, in ospedale c’è chi come me può sentirsi a posto solo se Pierino non gli riprende il fiore spetalato che pocanzi egli stesso ha regalato.
E di sicuro c’è chi attende di incontrare Pierino nelle corsie, nel giardinetto, nell’ingresso o in un qualsiasi grigio grigiatro scorcio ospedaliero, perchè lo sappiamo: non ricordiamo il viso di tutti quelli che ci lavorano d fianco, o timbrano il cartellino di corsa sgomitandosi in fretta verso un altro isterico momento, nel persempre quotidiano; non ci ricordiamo il nome di chi ci insulta, né di chi – giorno dopo giorno e dopo giorno e un giorno ancora – apre il pc sulla scrivania di fianco a noi, e neanche il volto del postino che ci consegna la raccomandata e ci chiede una firma, né del cameriere che trascrive sul tab la pizza che ci piace e la birra che berremo…

E allora, semplicemente, non è l’ordinario che fa il destino dell’umanità ma quel sottile gioco di fiori sgualciti tra le dita che vanno, vengono, in un regalo in sintonia con l’universo.
Oggi sono al bar ospedaliero riaperto da poco, un ricordo lontano di terremoto vaga nella mente insieme ad altri momenti incerti di esistenza. La tazzina ha un design nuovo per l’occasione, io mi guardo intorno, Pierino non appare né scompare al di là della porta a vetro del giardinetto, dove qualcuno fuma e altri ridono parlando di chissà diavolo cosa…
Allora ho deciso.

Sono andata al CSM a chiedere di lui e il nuovo assistente sociale precario, con unghie e pellicine divorate nell’incertezza, ha chiamato un’infermiera veterana – proprio così ha detto! – e le ha chiesto: “Ma questo Pierino di cui mi chiede la signora, chi è?!”.

L’infermiera veterana ha avuto un lampo fugace di sorriso nello sguardo abulico, poi il sorriso si è allargato a tutto il viso mentre procedevo nella stupida, commissariale descrizione di Pierino (“scarpe da ginnastica, tuta grigioblu, barba grigiobianca, bocca sdentata”) fino a illuminarsi a giorno quando ho accennato ai fiori spetalati che regalava nel giardinetto del bar a chi più lo ispirava: “Aaaahhhh… capito! Guerrino!”.

Guerrino chi? Guerrino come? Non facciamo scherzi, dài.
“Certo che non sanno dirle chi è, in realtà si chiama Guerrino e non Pierino. Ma Guerrino è un nome che ha sempre odiato, “Sa di bombe!”, diceva, allora l’ha cambiato, “Tanto cosa conta un nome!”
Pierino.che.odia.il.nome.Guerrino è stato ricoverato in un ospedale dell’entroterra, pare che gli abbiano diagnosticato un tumore del pancreas e deve fare il percorso del caso, ma nessuno sa se ha parenti che vogliano stargli di fianco in questo suo viatico, nessuno sa veramente chi ci sia tutt’intorno.
Me ne vado stringendo tra le dita un bigliettino con il nome di quell’altro ospedale e un numero di centralino, ma forse so già cosa devo fare: devo solo creare una rete di fiori spetalati che si alternino al suo letto, e gli facciano compagnia in questo suo ultimo percorso.
Tanti, mille fiori spetalati da dare e mai riprendere, nei pochi o mille giorni al suo sdentato e luminoso capezzale.

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