Piccolo Pugno

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Avevo deciso quasi subito, quando ho saputo che quel ritardo si sarebbe trasformato in un piccolo pugno che avrebbe stretto il mio dito: non potevo tenerlo. Avrei avuto bisogno di qualcuno che si occupasse di cullare me, non ero assolutamente pronta per qualcun altro.
Non potevo assolutamente permettermelo. Ero sola in una grandissima città dove nessuno mi avrebbe aiutata. Mi avrebbero licenziata, avrei perso il lavoro e poi?
Nella mia famiglia erano presenti dei casi umani terribili: mia madre aveva tentato di “dimenticarmi” diverse volte, peccato che avesse trovato qualcuno che mi riportasse a casa. Cosa sarebbe accaduto, se il mio cervello si fosse ribellato a questa piccola vita e lo avessi abbandonato da qualche parte?
Quale donna fa questi pensieri? Questa era la prova incontrovertibile che non potevo essere madre.
Avrebbe significato imporre la mia presenza nell’altrui vita e non volevo che qualcuno si imponesse nella mia. Doveva essere così, per la salvezza di entrambi.

La gravidanza era arrivata a seguito di un pomeriggio che avevo voluto dimenticare; lo avevo rimosso e nascosto in un luogo così remoto che, quando mi diedero il referto, quasi non ricordavo come potesse essere accaduto. Avevo adottato il silenzio anche con me stessa, quel lavoro mi era costato troppo per rinunciarvi.
Avevo solo deciso di lavorare fino a tardi. Il mio capo mi aveva urtata mandandomi contro la fotocopiatrice: questa è la versione che io ricordo.
Cosa dovevo fare?
Tornare alla mia vita, con qualcuno che dimenticava la mia esistenza a comando?
La mia scelta è stata consapevole: ho esercitato il diritto di avere paura. Ho preso il telefono per trovare il modo di uscirne.
Dopo la prima telefonata, mi sono concessa il lusso di essere terrorizzata: l’aborto era la soluzione più facile, avrei potuto mettere tutto l’accaduto in una scatola lontana dal riflettore della mia memoria e nessuno ne avrebbe parlato mai più.
Al decimo colloquio telefonico, con il rimorso che mi teneva la mano, la ragione ha deciso che avrei potuto darlo a qualcuno in grado di essere genitore.
Non lo volevo nella mia vita ma non era giusto che lui rinunciasse a vivere per una scelta mia. Mi hanno assicurato che una famiglia si sarebbero potute prendere cura del Piccolo Pugno e che potevo persino scegliere qualcuno di mia preferenza.
Vagliare le coppie era gravoso ma dovevo farlo, altrimenti sarebbe stato come abbandonarlo sul ciglio della strada. Presi in consegna alcuni fascicoli riguardanti le possibili famiglie adottive: come se fosse facile, sembravano tutti perfetti. Come avrebbe potuto essere diversamente, se vuoi qualcosa ti prepari al meglio per ottenerlo. Nessuno vuole sembrare uno psicopatico, neanche in fila al supermarket.
La mia era davvero una grande città, non sarebbe stato arduo trovare brave persone che potessero donargli la possibilità di vivere una vita piena e ricca. Avendo deciso che avrei visitato i quartieri in cui si trovavano questi candidati, ho iniziato a fare la turista per la città.
È incredibile svegliarsi una mattina credendo che sarà un giorno come tutti gli altri per poi scoprire che non sai nulla del posto in cui vivi e che non ti conosci. Per qualche istante, la mia mente mi ha portato in un luogo dove io e Piccolo Pugno guardavamo lo stesso cielo e parlavamo del più e del meno: questa idea è dovuta sparire, così come era nata, subito.
Noi non potevamo coesistere nello stesso luogo, non eravamo geneticamente fatti per vivere nello stesso ambiente: entrambi ci saremmo ricordati che non ci volevamo abbastanza e la vita sarebbe diventata tragica. Chi ci avrebbe evitato di finire su uno di quei giornali in cui si discute quale schema educativo abbia scatenato la tragedia del giorno? Io non voglio che Piccolo Pugno diventi un omicida per colpa mia e, spero, lui non voglia che io possa essere accusata di qualcosa che comprometta la sua incolumità.

In fondo, non è questo che sto facendo? La gente non mi avrebbe giudicata per la mia decisione?
Non ero matematicamente sicura che la sua vita sarebbe stata bella.
Nessuno avrebbe potuto puntare il dito perché io non lo avrei detto a nessuno. Avrei comprato un bellissimo baule e ci avrei messo tutto quello che poteva far pensare a quello che mi era accaduto: era un piano perfetto, dicevo a me stessa, avrei oscurato tutto. Rimaneva solo il piccolo quesito su come avrei occultato il pancione. Eh si, a questo proprio non avevo pensato. Perché dovevo pensare a tutto questo da sola?
Avrei sicuramente trovato qualcosa. Se è vero che le ragazzine riescono a non sembrare delle partorienti coprendosi con abiti larghi, lo avrei fatto anche io. La mia costituzione minuta mi avrebbe, senza dubbio, aiutato avrei seguito una dieta bilanciata e tutto sarebbe andato bene.
Devo dire che negli ultimi mesi il piano ha funzionato sufficientemente bene: avevo messo abiti ampi e ho solo dovuto dire che stavo facendo una di quelle cure mirate e forti, allo scopo di risolvere un piccolo problema di salute. Ho usato proprio queste parole, lasciando all’immaginazione dei miei colleghi l’interpretazione che preferivano, a me non interessava affatto il loro parere.
Con l’aiuto del mio medico avevo optato per un’operazione programmata: sapevo esattamente quando, io e Piccolo Pugno, ci saremmo separati. Ci saremmo salutati ed entrambi avremmo prese strade diverse.
Forse la sua strada, ad un certo punto, assomiglierà alla mia. Spero che sia un pugno maschietto così non sarà costretto a sbattere contro l’attrezzatura del suo ufficio, non dovrà scegliere tra il suo lavoro e la sua coscienza. Ho fatto una scelta consapevole, non è mai stata mia intenzione ergermi ad emblema delle donne: ho avuto paura e anche questo è un mio diritto.
Il giorno stabilito è arrivato troppo presto, speravo di dormire un po’ di più ma questo appuntamento non può aspettare.
Piccolo Pugno è venuto al mondo, mostrando tutto il suo disappunto.
Perdona, neanche io avrei voluto tutto questo.

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