Mia figlia vive

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di Paola Lombardi
“Mia figlia vive a Pyongyang”, non riuscii nemmeno a stupirmi di una informazione del genere. Non mi venne nemmeno voglia di chiedere perché e cosa facesse una ragazza di vent’anni originaria di un paese del sud Italia a Pyongyang. Non avere curiosità è già una bella conquista. Perché avrebbe dovuto interessarmi sapere che la figlia di un conoscente vive in estremo Oriente? Non poteva importarmi. Soprattutto in quel momento che, nell’indifferenza generale, ero concentrato sulla sconfitta.

Perdere, non vincere, non conquistare la vittoria ha un suo fascino. In fondo non sono mai stata una persona arrogante e nemmeno boriosa. Ho vissuto la mia vita aggrappato ad una posizione minoritaria. Ho sempre saputo di non appartenere alla maggioranza. Qualcuno mi dice che sono solo un nostalgico. Forse è stato per un certo periodo della mia vita quando mi fermavo ad analizzare il passato. Forse ogni volta che incasso una sconfitta ho la consapevolezza di essere dalla parte giusta: la mia.

E intanto quell’uomo parlava e parlava. Ad un tratto rimase in silenzio e mi fissò. Il suo silenzio mi spinse a guardarlo. Mi guardò con una espressione interrogativa e alzando il tono di voce mi disse: “Allora? tua figlia cosa fa?”
Lo guardai, notai che aveva un neo sul naso non tanto grande, e risposi: “Mia figlia… vive”. Lo lasciai lì e me ne andai verso il bar.

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