Lasciavamo le chiavi davanti al portone

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di Laura De Santis

“Stefano sei tu?”
“Stefano! Sono in cameretta. Sto stirando”. Dall’altra parte del corridoio soltanto un sommesso brusio e il rumore dei passi a certificare la presenza di qualcuno in casa. Dopo qualche minuto, la voce femminile leggermente stridula tornò a gridare: “Stefano! Se hai fame c’è qualcosa di pronto in cucina, proprio sul tavolo”.
Nell’altra stanza, nel silenzio dell’appartamento vuoto si sentì il clic del telecomando leggermente difettoso e poi il risuonare delle voci confuse emesse dalla televisione.
“Ho quasi finito”, tornò a dire la donna con un tono rassicurante.
“Adesso arrivo”, una frase pronunciata forse solo per essere certa che Stefano fosse rientrato. Tutti le dicevano sempre che è meglio non lasciare le chiavi nella serratura, che in fondo anche se il condominio è piccolo e tutti si conoscono sarebbe meglio togliere le chiavi, anzi sarebbe meglio tenerle chiuse le porte.

Ma Rita si diceva sempre, ma tanto a casa mia chi ci viene?
“Eccomi, finisco di mettere a posto i panni e vengo di là. Hai mangiato qualcosa?”, anche stavolta il silenzio fu l’unica risposta. Finalmente con passi leggeri ma rapidi, Rita si decise a superare il corridoio per entrare nel piccolo soggiorno dell’appartamento popolare che le era stato assegnato quasi vent’anni prima. Con lo sguardo cercava il figlio Stefano che si aspettava di trovare in cucina. Invece, non c’era.

C’era la televisione accesa, ma non c’era nessuno nella stanza. Percepì una specie di rumore e rimase in attesa. Le mancò il fiato quando vide un uomo alto e con i capelli chiari arruffati venirle incontro dalla cucina con uno strofinaccio in mano. Continuando ad asciugarsi le mani, l’uomo le rivolse un sorriso e le disse: “Non si preoccupi signora, era buono il polpettone. Era un polpettone vero? Sì era abbastanza buono. Comunque non si preoccupi e continui pure a fare quello che deve fare”.
Gli occhi sgranati, la bocca spalancata, Rita sembrava ancora più piccola di statura di quanto già non fosse in realtà. Lo stupore iniziale lasciò campo libero alla paura e Rita lanciò un urlo a tutta gola. Ma non fu che un accenno di grido perché l’uomo le fu addosso e le assestò una mano sulla bocca coprendole quasi tutta la faccia. E il grido che Rita pensava di aver lanciato non fu che un sibilo racchiuso tra le dita dell’uomo. “Non si preoccupi signora”, le sussurrò, “deve stare calma, non le farò niente. Non si preoccupi. Adesso se tolgo la mano lei si metterà a strillare?”. La testa di Rita prese ad oscillare dall’alto verso il basso. “Va bene signora. Non si preoccupi, vorrei vedere una puntata del mio telefilm preferito.

Vorrà dire che lo vedremo insieme” e la trascinò sul divano dove la sistemò più o meno sulle sue gambe tenendola sempre ferma con il braccio e forzatamente in silenzio con la mano serrata sulla sua bocca. Con la mano libera afferrò il telecomando e trovò il canale che cercava. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo l’uomo biondo sorrideva, qualche risatina soffocata lo faceva muovere e la povera Rita sussultava ad ogni minimo movimento.
“E’ quasi finito, guardi, guardi adesso cosa succede” e le indicava lo schermo indirizzandole la testa. Ma Rita non riusciva a vedere niente, pensava soltanto che nessuno sarebbe arrivato in quelle ore per aiutarla. A parte Stefano che comunque non era rientrato e forse poteva aver avuto un contrattempo sul lavoro. “Non si preoccupi”, le sussurrò l’uomo e con la mano libera spense la tv.

Poi si alzò dal divano sollevando anche Rita e la trascinò fino alla porta. Tirò la maniglia e scaraventò Rita a terra uscendo sul pianerottolo. “Grazie per l’ospitalità”, le sussurrò mentre iniziava a scendere le scale e voltandosi verso il portone socchiuso disse quasi a se stesso: “Comunque è meglio non lasciare le chiavi attaccate alla porta. Non si sa mai”.

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