La prima volta di Elena

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Accadde tutto all’improvviso. Per caso, una mattina si alzò presto, prima che la sveglia suonasse. Vide se stessa, nel silenzio della casa, riflessa nel vetro della finestra e provò una sensazione di sgomento. Si diresse verso il bagno e lo scroscio dell’acqua aperta le ricordò qualcosa che aveva dimenticato. Iniziò a sentire una voce che canticchiava nella sua testa. Soltanto lei poteva ascoltarla e si sentì smarrita. Erano ventisei anni che faceva sempre le stesse cose. Tutte le mattine si svegliava al suono della sveglia, si preparava e andava a lavorare. Rientrava e preparava il pranzo, lavava i piatti, guardava la tv, si occupava dei figli, accarezzava il cane che viveva nel loro giardino.

Poi preparava la cena, sparecchiava, lavava i piatti, guardava la tv seduta sul divano accanto a suo marito e insieme andavano a dormire. Negli ultimi quindici anni non avevano avuto molto da dirsi. Non dovevano nemmeno parlarsi per scambiarsi i compiti e le incombenze domestiche. Qualche volta ridevano insieme e qualche altra volta litigavano. Ma ogni anno che trascorreva ridevano sempre meno e litigavano sempre meno. Tutti le avevano sempre detto, con una punta di fastidio, che era sempre stata una donna pragmatica. E lei aveva finito con il sentirsi simile ad una aspirina. Utile solo se stai male, altrimenti non servi a niente. E lei si sentiva così.

Le chiedevano aiuto, le chiedevano di stirare maglie e pantaloni all’occorrenza, di lavare questa o quell’altra giacca, di preparare i bagagli, di andare a pagare le bollette, di andare ai colloqui con i professori dei figli, di scrivere la lista della spesa. Se non c’era da fare niente, se nessuno dei suoi familiari aveva qualcosa da chiederle, lei non esisteva. Non era che un incrocio tra una domestica muta e un robot milleusi. Si guardò riflessa nello specchio e si spaventò. Era vecchia, i capelli in disordine, il pigiama sbrindellato che era stato del marito. Guardò la sua casa, attraversò le stanze e i corridoi, entrò nel bagno e si accorse di non riconoscerla.

Lei non l’avrebbe mai arredata in maniera così anonima si disse. Intanto, nella testa le ronzava una canzoncina allegra dei suoi vent’anni e sentì che doveva fare qualcosa. Qualcosa di speciale. Rovistò in bagno e trovò i cosmetici della figlia. Si guardò nello specchio e tentò di ripetere gesti che aveva dimenticato. Si passò uno strato di fondotinta, con una matita nera disegnò il contorno degli occhi e sulle ciglia passò un velo di mascara.

Prese un rossetto di un colore tra l’arancio e il rosso e lo stese sulle sue labbra. In corridoio, nell’armadio a muro, cercò un vestito che le era sempre piaciuto. Se non mi dovesse andare bene, si disse, tornerò a letto e dormirò fino a tardi. Invece, il vestito le andava ancora, proprio come vent’anni prima. Prese in prestito le scarpe con il tacco alto di sua figlia e aprì il portone di casa. Sul porticato non c’era nemmeno il cane. Scese le scale, aprì il cancello e si ritrovò per la strada quasi deserta di domenica mattina. Respirò a pieni polmoni e si sentì leggera e libera per la prima volta nella sua vita.

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