La fiducia dietro i cancelli chiusi

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di Paola Lombardi

“Mi sono fidata di te, ti ho creduto”. Tornando a casa ripensavo ossessivamente a quella frase. Rivedevo il volto della donna che aveva pronunciato quella frase. Mi risuonava come un ritornello. Anche a me avevano detto parole simili con lo stesso tono. Un misto di delusione, rabbia e frustrazione. Qualcosa che aveva a che fare con l’amore, con il tradimento e con la speranza negata. Con la vita stessa. Ero deluso anch’io. Deluso da me stesso e da quella sensazione terribile di non poter fare niente.

Non poter fare niente per quelle dodici donne rimaste a fissarmi da dietro i cancelli della fabbrica dove hanno lavorato per quasi un anno senza nemmeno un centesimo di stipendio. Non potevo fare proprio niente, ma il titolare della ditta, invece, avrebbe potuto fare molto. Per esempio vendere il suv con il quale è arrivato a tutta velocità e pagare almeno in parte le mensilità arretrate. Invece, no. Quando è sceso dalla sua auto metallizzata con i vetri scuri, indossava occhiali da sole, una ridicola giacca troppo stretta per la sua taglia e mocassini fuori moda.

O almeno questo è quello che ho sempre pensato dei mocassini. Quando hanno visto arrivare quest’uomo con la faccia arrogante, le dodici donne si sono calmate. Lo hanno guardato ancora una volta con una punta di ammirazione e una profonda confidenza. Hanno smesso di gridare e lo hanno accolto con speranza. L’uomo si è guardato intorno e poi ha cominciato a minacciare, intimare. “Tornate a lavorare o vi denuncio per occupazione abusiva di proprietà privata, vi rovino”. Urlava senza nessun pudore. In quel momento, quando ha gridato “Io vi rovino”, nella mente di quelle donne fiduciose deve essere scattato un meccanismo che ha riattivato l’orgoglio sopito per troppo tempo. E allora è arrivato il momento delle rivendicazioni. Come un fiume in piena hanno iniziato a parlare. Una voce che sovrastava tutte le altre ripeteva come un ritornello: “Ci siamo fidate di te, ti abbiamo creduto, abbiamo lavorato per te, abbiamo stretto la cinghia, abbiamo aspettato. Abbiamo lavorato per te senza essere pagate perché pensavamo soltanto a salvarci il posto di lavoro. E tu ci hai ripagato in questo modo.

Ci hai sbattute fuori, ci hai tolto tutto”. “Andatevene o chiamo la polizia”, gridava quell’uomo con la giacca troppo stretta. “Andatevene, lasciatemi in pace, questa è la mia proprietà, ve ne dovete andare a casa vostra”. E quelle donne sempre più indispettite rispondevano: “Noi non ci muoviamo, chiamala la polizia, se sei capace”. Quasi un anno senza stipendio e nemmeno un’azione legale intentata. Mi sentivo impotente, provavo la stessa frustrazione di quelle donne sole, rimaste a lottare contro se stesse, contro la fiducia che fino a quel momento avevano riposto nell’uomo con i mocassini e con la giacca troppo stretta. Alla fine il titolare della ditta è risalito in macchina e. accelerando. è passato tra noi promettendo vendetta: “Da qui ve ne andrete e mi pagherete pure i danni”.

E’ stato in quel momento che mi sono voltato e ho visto una delle dodici signore con le unghie smaltate seduta sul muretto con la testa tra le mani. Piangeva, come si piange per un amore finito. “Mi sono fidata di te, ti ho creduto” singhiozzava. In mano non le restava niente. Quindici anni di lavoro, 48 anni all’anagrafe, un titolo di studio inutile, un marito e due figlie. E nessuna prospettiva. Piangeva, con scoppi di pianto irrefrenabile. “Mi sono fidata”, ripeteva ancora. Per tutte e dodici non resta niente, forse quegli undici stipendi mancanti non li vedranno mai. Forse, il titolare della ditta si trasferirà in Romania, forse assumerà altri dipendenti, forse cambierà attività. Ma sicuramente non venderà il suv.

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