La casa di stoffa

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Mi chiamo Seta, lo so è un nome insolito.
Lo ha scelto mia madre che adora cucire. Anch’io ho la sua stessa passione, infatti frequento l’accademia della moda.
Vi sembrava una storia qualunque, invece è una storia speciale. Sono cresciuta tra la morbidezza delle stoffe, i loro dolori. I ricordi più belli sono di mia madre intenta nel suo lavoro ed io che la guardo in braccio a mia nonna. È una scena che si ripete negli anni, mia madre vedeva la sua di madre cucire fra le braccia di sua nonna.
Stessi gesti, stesse emozioni, stessa storia. Si storia, sempre quella a partire dalla fine del 1700, quando la lontana zia Memé lavorava alla corte di Re e Regine. Confezionava abiti bellissimi, voluminosi e ricamati a mano; alle volte anche con ricami in oro. Questa lontana zia insegnò il suo lavoro a sua figlia e questo continuò nei secoli, fino ad oggi, di madre in figlia, di generazione in generazione.
Si arriva così ad una nonna, sarta di guerra, sarta in tempo di povertà. Si riparava tutto; dalle toppe alle ginocchia al rammendo di biancheria. Cucire un abito da sposa con le stoffe nuove era un lusso e già si sapeva che sarebbe stato stretto, accorciato, allargato, allungato per la sposa futura. È una storia di corredo nuziale, fatto interamente a mano, lenzuola ricamate davanti al camino, centri da tavola realizzati incrociando i fusi del Tombolo.
Il tempo passa, le cose si evolvono, ma noi donne cresciute nei ricordi della stoffa, saremo fedeli alla nostra manualità. Non accetterò mai un orlo fatto con uno strappo a caldo; preferisco usare la mia macchina per cucire, mentre mia figlia mi osserva tra le braccia di mia madre.

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