La casa delle bambole

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Il corridoio è buio. Il pavimento disegna fiori misteriosi di colori cupi. Si snoda nella casa silenziosa per una decina di metri. Da qualche parte qualcuno bisbiglia dietro le porte chiuse. In fondo si proiettano spiragli di luci che illuminano fiocamente lo scuro corridoio. Quelle luci lontane danno coraggio alla bambina che, attenta a non fare rumore, scivola silenziosa passando attraverso il corridoio superando le porte chiuse e aperte.

Alla penultima porta a sinistra si ferma. La scruta. Si alza sulla punta dei piedi e apre la maniglia. Si sente il suo piccolo cuore battere forte. Lancia un’occhiata furtiva e poi entra. Poggia i piedini sulla moquette del pavimento della stanza e si accerta che sia vuota. Dalle persiane chiuse penetra la debole luce del sole. Alla bambina basta per sapere cosa fare. A fatica apre le ante del pesante armadio di legno intarsiato e si immerge con la testa nell’oscurità. L’oggetto che desidera è lì, davanti ai suoi occhi ormai abituati al buio. Nel ripiano in basso dell’armadio ben ordinato c’è una casa in miniatura. È in legno scuro quasi nero.

Il tetto è a punta e ci sono tre piani di quella che sembra una costruzione vittoriana. Il comignolo sulla destra nasconde il meccanismo che produce la meraviglia. La bambina lo aziona e la casa si apre in due mostrando gli interni del suo corpo di legno. L’esterno così cupo contrasta con la leziosa gioiosità degli arredi. Il piano terra riproduce cucine, salotti, soggiorni. La bambina allunga le manine per aprire i cassetti microscopici e maneggiare le stoviglie di ceramica. Tazzine, piatti, bicchieri, tutto scintilla davanti alla bambina che sorride e immagina storie. Sale al piano di sopra per adagiare un dito sul letto miniaturizzato ricoperto di un piumone rivestito di seta rosa.

Sale e scende con gli occhi e mentre tocca i piccoli oggetti immagina se stessa come una giovane donna che amministra una casa così grande e bella. Si immerge nel sogno ad occhi aperti e incurante del silenzio che avvolge la casa inizia a canticchiare e a parlare ad alta voce. Ride da sola rivolgendosi ad interlocutori immaginari. “Vuole prendere il the?”, chiede e sorride amabilmente. E in quel momento una mano la afferra e le stampa sulla guancia un sonoro schiaffo. Una giovane donna la solleva in piedi e la strattona allontanandola dall’armadio. La donna con le lacrime agli occhi ripone gli oggetti nella casa minuscola e richiude il meccanismo nascondendo quel ventre colorato nascosto dalla cupa facciata vittoriana. La bambina serra i piccoli pugni e non piange, trattiene le lacrime. La donna piange e la scaraventa fuori nel corridoio. Richiude la porta della stanza e singhiozzando si rivolge alla piccola: “Questa non è casa tua. La casa delle bambole era di mia nonna. Tu la rompi”. La bambina la guarda, deglutisce, ingoia milioni di lacrime e le dice calma: “Io ti odio”.

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