Ilaria

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Non aveva questo colore sbiadito e forse nemmeno questa tonalità, di sicuro il vialetto era meno tortuoso ma a guardarla ora questa casa mi sembra, in maniera inequivocabile, la casa di Ilaria.

Non abitava lì, ma spesso andava a trovare una vecchia zia, un po “fantasiosa” come la definiva lei. E lì ci siamo conosciuti.

Ilaria amava stare in quella casa, riusciva a sentirsi libera e la “fantasia” di zia Vanna, era per lei una possibilità in più.

Poteva inventarsi educatrice di colombe o fare una ricetta stravagante, poteva sentirsi libera di respirare senza l’inquietudine che la sua età le imponeva.

Quello che resta di lei nella mia mente era un gesto istintivo che faceva ogni volta che si innervosiva: poggiava le mani sul tavolo piegando molto le dita, si girava di scatto dalla mia parte guardandomi in maniera quasi severa e poi girava la testa di scatto.

Ecco, tra il guardami così intensamente e lo spostarsi dei suoi capelli nell’aria crollava tutta la mia fortezza nei suoi confronti e aumentava il debole per lei.

Anche se so che quella non è la nostra casa, oggi per me, in maniera inequivocabile, quella era la casa di zia Vanna.

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Ilaria poi l’ho rivista anni dopo, in un supermercato in città.

Non era cambiata di molto se non per i colore dei capelli, adesso sulla testa al posto del castano aveva delle sfumature poco identificabili di rosso.

Era indaffarata a chiedere ad uno dei commessi se avessero, in quel supermercato, un certo prodotto che a sentirlo da una certa distanza dava l’idea di essere giapponese o cinese o qualcosa del genere.

Comunque non capivo io e non capiva nemmeno il commesso il quale da parte sua voleva rifilarle un tipico prodotto italiano con un improbabile nome esotico

Io me ne stavo a distanza godendomi lei e la scena.

Fino al punto che lei, visibilmente innervosita reagisce d’istinto e poggiando la mano libera su un ripiano dello scaffale, ovviamente piegando le dita, lancia uno sguardo un po severo al commesso e girando la sua testa di scatto va via.

Sarebbe stato tutto molto carino se in direzione del suo sguardo, fuori fuoco, non ci fossi stato io.

Peccato che avessi in mano, tra le altre cose, una bottiglia di latte, in vetro, alla mia ragazza piace così.

Peccato che la memoria e le sensazioni non invecchiano con il tempo e il suo sguardo su di me ebbe lo stesso identico effetto di sempre.

E il risultato di quell’effetto fu devastante, la bottiglia cadendomi dalle mani si ruppe facendomi diventare un palombaro di acqua dolce, con annessa figura da giovane rincoglionito.

Ma superare gli sguardi della gente era cosa facile, fai il vago e ti dirigi spedito verso la cassa, che fortunatamente era libera, paghi al volo quello rimasto indenne, sorvoli sui sorrisi delle cassiere e punti dritto alla macchina.

La cosa difficile era dover spiegare alla mia ragazza come i miei pantaloni avevano il sapore della prima colazione.

La cosa difficile era spiegarle, che per colpa di un commesso stupido, io non l’amavo più.

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