Il coraggio di guardare negli occhi

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di Mirella Morelli
Quando il camice comincia a darmi noia vuol dire che è ora di una pausa.

Tolgo gli occhiali, stropiccio gli occhi, fisso la radiografia sul diafanoscopio battendo le ciglia: mammografia negativa, annoto mentalmente, poi mi giro sorridente verso la  paziente che, stesa sul lettino, mi osserva con sguardo ansioso. Le sorrido di nuovo sperando di rilassarla. Spruzzo un po’ di gel sul suo seno e mentre effettuo l’ecografia le parlo con tono rassicurante.

Se ne va, salutandomi amichevolmente. “Dottoressa, in sala d’attesa c’è…” e il tuffo al cuore ce l’ho ancor prima di sentirne pronunciare il nome; mi volto, so che ho la faccia atterrita perché Gemma, la segretaria, mi lancia un’occhiataccia. “E’ in sala d’attesa da mezz’ora, ma non aveva il coraggio di avvisarci”.

E io non ho la forza di parlarci. Signori, ecco a voi l’incontro di due paure.

“Dottora, è il tuo mestiere! Non è la prima volta e ahimé, non sarà l’ultima!”

Sì, Gemma quando ci si mette è un piccolo cerbero.

Ci fissiamo.

La sua faccia è grintosa, ma il suo sguardo è dolce: sa quanto me che è terribile dire a una paziente in ansia: “Purtroppo l’esito del prelievo microistologico dice che è un maledetto B5, carcinoma mammario, e che lei adesso dovrà…”

Si, Gemma lo sa quanto me: lavora con me da anni in questo ospedale. Ed è angosciata come me, ma deve aiutarmi. Siamo amiche. Lo sa.

“Stai qui con me” le dico, lisciandomi il camice che adesso sento come una camicia di forza.

“Sí” mi risponde, semplicemente. Poi apre la porta per far entrare la donna. Che, entrando, cerca subito i miei occhi e quello è il momento peggiore, DEVO avere il coraggio di guardarla negli occhi, subito!, e sostenere il suo sguardo perché senta in me la donna oltre che il medico… e ci fissiamo, sostenendoci a vicenda in un abbraccio di sguardi. Ma io aspetto, aspetto a sorriderle perché non posso ingenerare illusioni per poi annullargliele appena due secondi dopo… E così il suo sorriso si spegne, e quello è il momento in cui DEVE nascere il mio: “Si sieda, Patrizia” le ordino con voce ferma, e poi le siedo di fronte.

Ha capito.

A questo punto le reazioni non sono mai uguali, e lì entra in gioco la mia sensibilità di donna, prima ancora che di medico: “Patrizia, l’esito purtroppo conferma i nostri dubbi e…”

Non mi lascia finire: inizia a piangere.

Ci sono donne che negano, rifiutano le tue parole, ti danno dell’incompetente e dicono sfacciatamente che consulteranno qualcuno “più bravo di me!”; ci sono donne che ammutoliscono, sbiancano, non ne senti più la voce finché vanno via e tu non riesci a penetrare la barriera del loro dolore neanche con la tenerezza; ci sono donne che iniziano subito a piangere e ti guardano terrorizzate. Patrizia è una di queste. Ma che grazie a Dio chiede aiuto: “Che devo fare, dottoressa, me lo dica…Ora che devo fare?” singhiozza. Le prendo le mani ghiacciate, sono gelide anche le mie, ma chi è quello stupido che ha detto che un medico deve imparare a essere distante? “Ascoltami, cara, ho già parlato coi nostri chirurghi. Questo tumore non è dei peggiori, devi essere forte e combattiva e ascoltare quello che sto per dirti, perché ce la puoi fare, anzi: sono certa che ce la farai! Se vuoi fidarti di noi, ti dico che…” poi la mia voce, tranquillizzante ma categorica, le spiega passo passo quel che accadrà nei suoi giorni futuri, quel che sarà il suo piccolo calvario. E lei annuisce. Ascolta, annuisce e tira su col naso. Poi di nuovo: annuisce, tira su col naso, cerca il mio sguardo come ad aggrapparcisi. E il mio sguardo c’è, è lì per lei. Tutto per lei.

Gemma l’accompagna fuori dallo studio, infine, e lei va incontro a un uomo che l’aspettava in piedi fuori dalla porta. Chissà cosa si diranno, per farsi forza a vicenda.

Quando Gemma rientra sono di nuovo senza occhiali: “Sono stanca” le dico. “Non dire stupidaggini, dottora – mi dice con dolcezza – hai ancora dieci mammografie da fare, stamattina” e mi fa l’occhiolino.

“No, voglio andare a casa!” piagnucolo come una bimba. Gemma ride, una risatina dolce e furba insieme: “Pausa caffè! Questo è il momento, andiamo!” e prendendomi sottobraccio mi trascina fuori dalla Senologia, percorriamo un corridoio ospedaliero e siamo nel bar.

Mi sento un automa guidata dalle sue braccia.

Il bar è affollato ma quella confusione mi ci vuole: sa di vita. E l’aroma del caffè è piacevole, sale dalle mie narici fino al cervello: finalmente sorrido, assaporandolo. Gemma sta sorridendo a sua volta, tazzina in mano, in silenzio.

Due donne vicino a noi parlottano fra loro, poi alzano volutamente la voce: “Se lavorassero un po’ di più, questi medici, invece di essere sempre nei bar con un caffè in mano!”

Il mio sguardo si oscura, pur rimanendo agganciato a quello di Gemma. Finiamo il caffè. Usciamo dal bar in silenzio e percorriamo il corridoio a ritroso verso la Senologia. D’un tratto una pacca forte sul sedere mi fa sobbalzare e Gemma ride, sfregandosi la mano: “Spìcciati, lavativa, forza!” mi burla.

“Piccola delinquente!” l’apostrofo ridendo a mia volta, e approfitto che sia bassa come uno hobbit restituendole la pacca, ma sulla testa. Sorridenti arriviamo in sala d’attesa ed entrambe torniamo al proprio lavoro. Con una piccola fitta penso a Patrizia. Chissà se ha smesso di piangere, agganciata agli occhi del marito. Ma poi metto gli occhiali, fisso il monitor per guardare la lista.

Liscio il camice, cerco di sentirlo  meno stretto. Dunque, chiamiamo la prossima…

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