I treni dei pendolari, sovraffollati e sempre in ritardo

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di Laura De Santis
Chi gestisce il piano della mobilità pubblica deve ritenere i potenziali utenti rigorosi masochisti. Non può essere altrimenti. Non ci sono altre motivazioni se non che il pianificatore del piano della mobilità sia un feroce e spietato sadico. Altrimenti perché i treni più confortevoli e con maggiore capienza verrebbero destinati a corse della durata di una lista di attesa nella sanità pubblica?

Prendiamo ad esempio una tratta ferroviaria di 138 chilometri, così tanto per esemplificare. Mettiamo che il punto A sia in una piccola cittadina di provincia con un bacino di utenza di almeno 100 mila passeggeri quotidiani e che il punto di arrivo sia in una metropoli che attira migliaia e migliaia di lavoratori e di studenti ogni giorno. Lungo la tratta di appena 138 km viaggiano in andata e ritorno circa venti convogli che dovrebbero garantire la mobilità ai pendolari. Dei treni solo un 10 per cento percorre la distanza in circa 90 minuti, la restante parte garantisce soggiorni a bordo di almeno due ore e mezza senza contrattempi.

I treni veloci non hanno più di tre vagoni e la gentile clientela pagante è costretta a mettere da parte la civiltà per trasformarsi in una informe massa ferina. I treni più lenti sono comodi, ci sono posti a sedere in grande quantità. Viaggiare a bordo dei treni della corsa più lenta significa viaggiare in assoluta solitudine, perdersi tra le migliaia di posti a sedere deserti. I corridoi sono larghi e vuoti, i sedili comodi e vuoti. Addirittura ci sono treni a due piani per provare un’emozione in più. Esattamente per quale ragione si decide questa pianificazione? Il motivo non può che essere uno, l’addetto alla gestione deve essere figlio di Crudelia De Mon e di mister Hyde, nipote di Dracula e parente stretto del lupo di Cappuccetto Rosso!

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