I ferri del mestiere

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Entrato da poco nel mondo del lavoro, alle sue orecchie più una terra da romanzo fantasy che una frase da giornale per descrivere al volo una realtà chiara, definita e da toccare con mano, Maicol Caracolla, nella fabbrica di filati sintetici, si sentì come il neofita di un culto che metta piede la prima volta nel Tempio dei Templi della propria credenza.

Aveva preso, non senza fatica, il suo bravo diploma professionale e, tra lui e i parenti e a furia di bussare porte, sollecitare conoscenti “agganciati” e prendere muri a capate pur di aprirsi una strada verso quella terra mitica, riuscì a ottenere un posto da operaio manutentore. Fatto un generico corso interno, passò alla formazione e all’azione sul campo: il Caposquadra ci mise poco a capire che non si trovava davanti quel che si dice un fulmine di guerra, ma vedeva che era un bravo ragazzo, volenteroso, e cercò di mostrarsi paziente e ben disposto; Maicol, a sua volta, seguiva scrupolosamente le indicazioni che riceveva o almeno ci provava, si sforzava di stare attento e di rubare con gli occhi, nonostante la vistosa miopia, e non contestava mai nulla di quanto gli venisse chiesto o spiegato non sentendosi ancora all’altezza e non volendo certo creare le condizioni per rischiare il posto, quando sarebbe venuto il momento di rinnovargli il contratto.

Era in servizio da circa un mese e non si stava trovando male anche se, ogni tanto, doveva subire le battute non sempre piacevoli, o da stare al gioco con spirito di gruppo, di qualche collega più o meno anziano cui piaceva beffarsi della sua inesperienza e della fisicità magra, allampanata, spigolosa che rendeva buffo il suo passo trotterellante quando occorreva andare a prendere un dato pezzo o attrezzo. Un turno in cui c’era da fare un intervento preventivo su una linea, Sfracelli gli buttò questa voce: “Caracò, vammi a prendere la sega da giro!”. Maicol provò un’infinitesimale esitazione non avendo mai sentito nominare l’utensile, ma del resto altre volte aveva imparato dell’esistenza di attrezzi che a scuola e al corso di formazione non gli avevano spiegato, e così come al solito andò al trotto verso il magazzino. Lì, si rivolse a Fallusi che alzando leggermente le spalle gli disse “Eh, l’ho già data ad Abballe che c’è stato un problema all’acetato, va a vedere se gli serve ancora”.

Quando erano previsti interventi preventivi, si lasciava a disposizione qualcuno della squadra sulle linee principali in caso di inconvenienti, e quella dell’acetato si trovava all’ala opposta della fabbrica. Raggiungerla velocemente significava dover correre, non poteva permettersi di perdere tempo e farsi marchiare come “culetto di piombo”, buono solo a consumare i pavimenti. Scattò, non proprio come Usain Bolt ma quel tanto che serviva alla causa, fino alla linea non del traguardo ma dell’acetato suddetto, anche se gli sembrò di aver corso i tremila siepi, e chiese di Abballe e della sega da giro per sentirsi dire, di rimando, che era andato a riportarla in magazzino più o meno un quarto d’ora fa. Con un vago senso di pianto in petto e il fiato ancora da recuperare dopo la corsa a ostacoli da un punto all’altro della fabbrica, il novizio riprese a trottare più sgangherato di prima per la fatica e la frustrazione. Speranzoso di poter recuperare il misterioso strumento presso il luogo preposto e, finalmente giuntovi quasi piegato a sediolina da mare, chiese a Nortacci: “Ca… Capò, po… por… porpiacere! Me la puoi dà la se… la se… la sega d’aggiro?!”, e quello rispose “Caracò, io te la darebbe puro, ma è passato Saittone cinque minuti fa che serviva all’acrilico… Se te sbrighi po’ esse che ha fatto e l’incontri a metà via, che è più vicino, ma sbrigate che quello corre!”. Maicol avrebbe preferito farsi assestare un calcio in bocca di quelli tirati con una certa cortesia, come ai tempi della scuola, quando ti sentivi quasi in dovere di ringraziare perché era comunque un gesto d’attenzione. Non sentiva più fiato né gambe e si girò, con le braccia che parevano spezzate, verso l’acrilico. Il reparto stava in fondo al fabbricato, non proprio a due passi. Lanciantosi in quella che occhi ignari avrebbero preso per la parodia di una corsa al rallenty grottescamente accentuata da movimenti sconclusionati, al giovane manutentore parve che lo stabilimento ruotasse come un ingranaggio, lento, tremolando come un budino, a sua volta, lentamente, e i suoni intorno erano ovattati, ribassati, emessi alla velocità sbagliata.

Più di uno si godé lo spettacolino, e quando finalmente arrivò al reparto, strusciando i piedi e pendendo le braccia senza vita lungo il corpo, trovò Saittone che gli disse di cercare Capafresku. Ora Maicol ‘sto Capafresku non è che ce l’avesse presente; sì, c’erano degli stranieri tra i colleghi, ma aveva difficoltà a ricordare i nomi perché certi erano strani, duri da pronunciare, e allora chiese dove recuperarlo e Saittone rispose: “Alla torre”. Sul serio avrebbe voluto piangere, e manco si chiese a cosa mai servisse quella caspita di sega particolare là sopra visto che non aveva ancora imparato a che servisse in generale, e si fosse chiamata “tarallo servoassistito” sarebbe stato lo stesso, per quanto stava con gli occhi e la lingua di fuori. Fece quindi le scale della torre, che per fortuna era vicina, afferrandosi alla ringhiera con entrambe le mani e trascinando le gambe pesantissime. Quando fu in cima, vide Pastone che lo rimandò al magazzino. A quella mezza sentenza di morte, Maicol cercò di reagire con dignità facendo leva sulle meno che residue forze e consolato almeno della discesa; poi, a pochi minuti dal magazzino, incontrò il Caposquadra, che si era dovuto assentare una mezz’oretta, trovandolo contrariato. “Caracò, ma che stai a spasso? E che hai fatto, c’hai ‘na cera che pari ‘na natica de vecchia!”. L’avventizio spiegò tutto e il Caposquadra, che queste storie le conosceva bene, non sapeva se ridere o arrabbiarsi. Si limitò a chiarire: “A’ Caracò, t’hanno fatto la strigliata dell’asino!”.

Dopo un attimo di svanimento, il ragazzo si sentì risvegliato né più né meno che se gli avessero tirato una raffica di schiaffi a fuochi d’artificio, e realizzò: la sega “d’aggiro”, come l’aveva capita lui, l’aveva in un certo senso capita bene, ma non si era soffermato abbastanza. Un giorno, Sfracelli, con la massima tranquillità, gli chiese di andargli a prendere un attrezzo. Per la precisione, gli chiese un cacciaprigionieri. Appena udita questa parola, già innervosito dagli accresciuti sfottò e come se le corse folli della “strigliata” gli avessero tolto ossigeno al cervello e lasciato dei danni e delle amnesie, deflagrò in strilla selvagge e afferrò il collega al collo: ci mancò poco che lo ammazzasse, e pure gli altri che si erano messi in mezzo se la videro brutta, se è per questo. Maicol non ricordava più che l’attrezzo, a differenza della sega da giro, esisteva davvero, e quando lo ricoverarono in una clinica psichiatrica pensò, nella camera di isolamento, che gli avrebbe proprio fatto comodo, un cacciaprigionieri.

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