Guardavano la vita passare

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Si vedevano tutti i giorni. Non sapevano di potersi chiamare davvero amici e mantenevano una certa distanza negli atteggiamenti. Arrivavano quasi nello stesso momento nel parco cittadino. Ognuno camminava con il proprio passo, ma erano entrambi ugualmente lenti e si accasciavano sulla panchina. Di solito ne cercavano una all’ombra e sospiravano mentre si sedevano. Ognuno appoggiato dal proprio lato, restava tra i due lo spazio sufficiente per ospitare una terza persona.

Sembrava anzi, che se ne stessero così in disparte l’uno dall’altro in attesa dell’arrivo di qualcun altro e nel frattempo si parlavano senza guardarsi. Osservavano attentamente, nei limiti delle loro possibilità, i visitatori del parco. Lanciavano lunghi sguardi di disappunto verso i cani, liberi o al guinzaglio, e scuotevano il capo al passaggio di tutti i bambini, dai neonati nel passeggino agli adolescenti.

Seguivano con attenzione, invece, i rapidi passi delle giovani atlete del parco e quando qualcuna passava proprio davanti la loro panchina sospiravano all’unisono seguendole con trasporto. Se pioveva andavano lo stesso al parco, passeggiavano ognuno coperto dal proprio ombrello bagnandosi in tutte le pozzanghere e lanciando alti improperi ogni volta che il clima non era favorevole. Appena smetteva di piovere tornavano a sedersi anche se le doghe erano completamente fradicie di pioggia. Si guardavano l’un l’altro soltanto per dare inizio alla loro conversazione, poi si proiettavano nel parco alla ricerca di qualcosa, di spunti, di ricordi, di passioni. Guardavano la vita passare loro davanti all’interno del parco.

L’uno diceva: “Ah oggi mi fanno male le ginocchia. Non ne posso più”. E l’altro replicava: “Non me lo dire. Mi brucia lo stomaco. Oggi mi fanno male i piedi, non li posso poggiare per terra”.

Ogni giorno avevano un nuovo malessere da confessarsi, ma mai una volta che andassero dal medico o rinunciassero alla loro passeggiata nel parco. All’improvviso, come rispondessero al suono di una campanella, si alzavano in tutta fretta e si allontanavano ognuno nella propria direzione. Non si salutavano mai se non con un cenno lieve della mano e non si dicevano mai “a domani” come fosse una formula scaramantica il silenzio.

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