Il gioco dei miracoli

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Facciamo subito una premessa.
Dopo aver letto questa storia, qualcuno avrà buon gioco a dire che una cosa è vedere la vita con gli occhi di bambino, e altra cosa è guardarla con gli occhi di un adulto. E questo è vero.
Ma proprio perché siamo convinti che il problema spesso sta proprio nella differenza tra il vedere dei bambini, e il guardare degli adulti, questa storia la vogliamo raccontare ugualmente.

E siccome i bambini hanno “la vista lunga”, e lo sappiamo bene, giacché siamo stati tutti bambini, anche se, come dice un grande scrittore, molti di noi non se lo ricordano più, allora, questo racconto lo vogliamo sì narrare agli adulti, ma ci piace dedicarlo al loro cuore di quando erano bambini.

E visto che parliamo del passato, allora torniamo indietro per un attimo agli inizi degli anni sessanta. È proprio in quel periodo che il piccolo Sario, che allora aveva solo sette anni, appena poteva correva a casa di nonna Luigina e nonno Arcangelo. Nella modesta casa dei due anziani nonni, Sario aveva scoperto un oggetto magico. Un piccolo soprammobile che nella sua semplicità aveva il grande potere di riuscire a farlo sognare. E lui appena poteva tornava felice a rivivere quella realtà fantastica che lo catapultava in un mondo bellissimo, dove le stagioni cambiavano con un semplice movimento della mano. Gli pareva di essere il padrone del mondo quando, agitando o capovolgendo quella piccola sfera di vetro piena di acqua e di migliaia di puntini bianchi, faceva scendere la neve sul minuscolo paesaggio in essa contenuto.

Ci passava ore intere con quella magica palla di vetro. Rimaneva immobile, attento a scrutare i particolari delle piccole case dai tetti colorati e delle finestre socchiuse sui vicoli deserti di quel piccolo mondo fatto d’immaginazione e di sogni, di assenza di rumori, di vita nascosta.
Poi, d’improvviso, scuoteva la piccola sfera di vetro, l’agitava energicamente stringendola tra le sue manine delicate: la ruotava, la capovolgeva e, con delicatezza, la rimetteva al suo posto, sul comodino della nonna. Ed era proprio allora che lo sguardo di Sario si faceva più intenso, affascinato, amabile. I suoi occhi rimanevano fissi a seguire quei piccoli fiocchi bianchi che piano piano si posavano sulle casettine addossate le une alle altre, sulle curve stradine in salita, sulla chiesa e sul campanile di quel mondo fatato.

Ogni volta che riponeva la sfera al suo posto, il bambino viveva sempre la stessa, strana emozione; aveva come la netta sensazione che qualcosa s’era mossa in quel piccolo mondo. Come per incanto, gli appariva la vita che si muoveva in quelle casettine: qualche nuova luce s’accendeva dietro una finestra, ad illuminare la nascita di un bimbo, qualcuno, nella casa a fianco, si coricava, dopo aver spento il lume su tavolo, qualche anziano accostava bene la porta, per non far entrare il freddo.
Ed ogni volta capitava la stessa cosa: quel piccolo mondo si rianimava e riprendeva a vivere ogni volta che lui scuoteva la sua sfera di vetro.

Oggi Sario ha più di 60 anni, e di inverni nevosi ne ha vissuti tanti. Non ricorda più che fine fece quella magica sfera di vetro che rendeva speciale i suoi giorni di bambino. La vita se l’è portata via, insieme ai suoi nonni e alla sua fanciullezza.

Quello che gli rimane oggi, assieme al ricordo di quei momenti speciali, è la voglia di provare sempre a guardare oltre, per tentare di scorgere al di là delle cose, quello che la vita spesso ci nasconde.
E noi che lo abbiamo conosciuto bene, prima da bambino e poi da adulto, possiamo testimoniare che i suoi occhi sono rimasti gli stessi di ieri. Capaci ancora di sognare magie, di trovare poesia, di illuminare fantasie.

“La bellezza la devi cercare – ci disse una volta – anche quando non la vedi subito, anche quando si nasconde dietro una finestra, dietro un muro, dietro un volto; anche quando arriva l’inverno, e magari una neve improvvisa ti copre l’esistenza e te la gela”.

Il grande segreto che quella sfera di vetro gli aveva svelato da bambino, oggi Sario lo ha voluto rivelare anche a noi: “…io credo che se è vero che c’è una mano capace di scuoterti, la stessa mano in qualche modo avrà cura di poggiarti poi con grande delicatezza. E che se pure qualche brusco e inaspettato cambiamento inevitabilmente avviene, tu devi stare tranquillo: due occhi benevoli, anche in quel momento estremo ti stanno sicuramente guardando con amore”.

Questo ci disse Sario l’ultima volta che lo incontrammo, in una bella giornata di sole, la scorsa primavera.
Nei suoi occhi di adulto, anche quella volta vi scorgemmo la gioia del bambino ch’era stato.

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