Aspettando il temporale

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di Paola Lombardi
Pensava alle nuvole, guardava verso il mare, desiderava che rabbuiasse presto. Sperava in un temporale. Voleva restare affacciato alla balaustra in metallo fino a quando non fosse arrivata la pioggia. Avrebbe aspettato di sentire le gocce di acqua fredda scivolargli tra i capelli e posarglisi sul viso. Poi, con un sorriso sarebbe corso dentro, con quel sorriso che avrebbe cercato di dissimulare per non dare spiegazioni. Sarebbe tornato dentro e avrebbe detto che non c’erano le condizioni per partire. Sarebbero dovuti restare in quella casa affacciata sul mare. Sarebbero dovuti restare ancora insieme. Lei non avrebbe potuto andarsene così, senza spiegazioni. Sarebbe rimasta anche lei, lì in quella casa.
Non sapeva cosa pensare. Il cielo gli sembrava troppo limpido per far sospettare un temporale, ma non aspettò la pioggia per farsi bagnare il viso. Iniziò a piangere, come un bambino che vede la madre volgergli le spalle e andare via.

Non entrava in quella casa da quasi vent’anni. Lei non c’era più da allora, ma l’illusione che non fosse così, che da qualche parte, in quelle stanze ci fosse qualcosa di più di un ricordo lo aveva spinto alla casa sul mare.
Lei non c’era più. Non c’era e non ci sarebbe stata mai più.

Intravide un fulmine, poi sentì un tuono. Gli tornò una specie di euforia e si guardò intorno. Le prime gocce arrivarono. Sorrise, corse in casa, chiudendosi la finestra alle spalle, gridando alle stanze vuote: “Resteremo qui, non potremo partire. Le condizioni non lo permettono”. Il vento mosse qualcosa in una stanza con i vetri aperti. Lui pensò fosse lei e si mise ad aspettarla con il sorriso sulle labbra.

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