Alla gogna

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di Eleonora Iorio
Ci risiamo. L’ho fatto di nuovo. Ogni anno mi prometto, mi giuro, di non farlo più, ma poi. . .
Ho messo dei quattro. In Storia, questa volta. E adesso su di me sento battere le nere ali del Recupero: in tre ore un intero trimestre. Non devo soccombere. Mi sparo pezzi di banana, miele e corn flakes affogati senza pietà in yogurth di soya al mirtillo. Uno, perché sento che sono sul punto di ossidarmi e devo prevenire; due, perché se il mio confort food è salutare mi sento meno colpevole.
Mi siedo al computer, navigo senza rotta, alla deriva cerco il salvagente d’uno spunto didattico.

E se partissi dalla lettura di qualche foto? Magari sulla Shoa, fra qualche giorno cade la Giornata della Memoria, potrei mettere a segno due colpi: stimolare (che razza di verbo) allo studio i meno motivati e portarmi avanti il lavoro. E siccome non sono solo geniale ma anche al passo coi tempi, attingo al materiale del sito on line del libro di testo (Credo di essere la sola ad aver effettuato la registrazione: al ripetuto invito a fare altrettanto, i miei nativi digitali oppongono un’espressione inorridita e incredula, quasi avessi chiesto di violare i santuari informatici dell’ISIS).
Ecco: il cancello di Auschwitz braccia tatuate di numeri rotaie filo spinato mucchi di trecce recise di morti di valige ciminiere fumanti neve prigionieri in fila nudi verso le docce treni divise a righe. Vite travolte morti anonime oscene. Le immagini scorrono veloci, come si addice all’insostenibile declinazione del Male. Improponibili, dovrò pensare ad altro.

Ma poi mi vengono incontro loro, nel bianco e nero d’epoca un po’ sgranato, ma non tanto da non rendere con chiarezza il senso d’insieme. Al centro della foto un uomo e una donna, ciascuno con un cartello; schierati, alle loro spalle e ai lati, militari in uniformi naziste. Questi hanno espressioni intente e solenni, fieri di consegnarsi, con quello scatto, alla Storia; solo uno di loro sorride, di un sorriso insolente ma sembra il più giovane, il ferreo strumento della disciplina non l’ha forgiato ancora a dovere. Per quanto atteggiate a futura memoria, quelle facce suggeriscono alloggi angusti e bui, risvegli risentiti, al freddo, minestre grame consumate in silenzio. Parlano di un passato di miseria, una miseria negata, scacciata indossando la divisa dei dominatori.
La coppia al centro, recita la scarna didascalia, è rea di avere intrattenuto, lei ariana, lui ebreo, rapporti illeciti: la seconda legge di Norimberga, quella per la protezione del sangue e dell’onore tedesco, proibiva matrimoni e relazioni sessuali tra ebrei e tedeschi. I trasgressori erano condannati al carcere o ai lavori forzati.

Il testo del cartello è illeggibile ma non è difficile immaginarne il contenuto (auto) denigratorio: in fondo sono dei criminali e quella è la loro pubblica gogna.
La donna ha uno sguardo diretto e serio, una postura morbida nel semplice abito chiaro. “La risposta è l’amore” avrebbe cantato poi John Lennon: difficile, a volte basta un po’ dignità e un tocco di grazia, le stesse con cui questa sconosciuta regge l’ora della prova; cose d’altri tempi, di quelle che si imparavano dalle proprie madri, senza saperlo o volerlo. Per l’uomo va peggio: sembra oscillare sull’orlo dell’angoscia, più piccolo dietro il grande cartello, più curvo sotto il giogo dell’umiliazione. Forse sa già che quello è solo il primo gradino di una discesa inarrestabile?
Se ne stanno un po’ discosti l’uno dall’altro, sembra quasi che i loro corpi tentino una difesa, adesso, la sola: negare. E rinnegarsi; convincere chi guarda e giudica della loro reciproca estraneità, della casualità del loro accostamento: solo arretrando d’un passo, senza lacrime o proteste.

Vergogna è la parola chiave di questa fotografia: quella a cui un ingranaggio autoritario ha piegato i due protagonisti e che, attraversando quasi un secolo, torna per abbattersi, come un boomerang fra le mani di un lanciatore incompetente, su chi l’ha prodotta.
E come la Storia la Vita: così il fango, la denigrazione, l’umiliazione, il danno di cui a volte qualcuno veste le vite altrui, un bel giorno si rivelano a tutti per quel che sono, il miserabile tessuto di squallidi sarti.

Non so cosa coglieranno i miei studenti in questa vecchia foto, quali storie potranno leggere su volti affiorati da un passato remoto adolescenti che passano buona parte del loro tempo a studiare nuove smorfie per selfie senza futuro, ma voglio essere fiduciosa. E che nessuna nemesi si scagli su di me.

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